«Recito in costume, ma amo la commedia»

Pedro Armocida

da Sant’Agata de’ Goti (Benevento)

«Ultimamente sono un po' apatica...».
Be’, non è un bel modo per cominciare un'intervista...
«È che c'è poco da stare allegri».
Perché, che cosa succede?
«Non conosco bene le cifre, ma da quello che sento in giro temo che quest'anno in Italia si produrranno meno film. Un fatto che incide anche sul mio umore».
Lei che progetti ha?
«Come dicevo, le possibilità sono poche. Anche perché per le attrici ci sono sempre gli stessi ruoli, o madri, o giovani amanti, o donne tradite e sole. Poi c'è il fattore dell'età e dei canoni estetici che dettano legge, fin troppo. Sono rari i registi che cercano di raccontare altro».
Un nome?
«Ferzan Ozpetek con Le fate ignoranti. Un regista con cui peraltro mi sarebbe piaciuto lavorare nel film La finestra di fronte».
Insomma, Sandra Ceccarelli, una delle nostre migliori attrici, fascino misterioso e profilo romantico, fatica a trovare ruoli adeguati. Anche questo documenta la crisi del cinema italiano, la scarsità di idee, la creatività asfittica. Intanto, Sandra Ceccarelli colleziona premi: l’ultimo come migliore interprete per La vita che vorrei di Giuseppe Piccioni (anche miglior regista) alla nona edizione del Sannio Film Fest, l'unica manifestazione in Europa dedicata al cinema in costume, che si è concluso l'altra sera nel borgo medievale di Sant'Agata de’ Goti. Ciononostante Sandra, figlia di Franco Ceccarelli, il chitarrista dell'Equipe '84, una vita divisa fra Milano, Modena e Roma, primo film quasi per caso con Piergiorgio Gay dopo l'Accademia delle Belle Arti e i lavori più strani (cameriera, venditrice di cellulari, assistente di un pittore), il lancio con Ermanno Olmi ne Il mestiere delle armi, poi la coppa Volpi a Venezia nel 2001 per Luce dei miei occhi, è parecchio fatalista sulla sua carriera d’attrice. «Trascorro poco tempo a coltivare desideri, prendo quello che trovo» dice, disincantata.
Ultimamente ha lavorato al fianco di John Malkovich, unica italiana in Klimt di Raul Ruiz.
«Interpreto un'amica del pittore impersonato da Malkovich. È stata un'esperienza completamente nuova, il set era in Austria, ho dovuto recitare in inglese, una lingua che non conosco bene».
Ancora un film in costume dopo La vita che vorrei...
«In Klimt ce ne sono di bellissimi. Ho dovuto indossare dei cappelli incredibili, enormi e pesantissimi».
E Malkovich che tipo di attore è?
«Di grandissima esperienza. Con Ruiz aveva già lavorato in altri due film, così si poteva permettere di dare consigli sul set e di cambiare le battute. Il regista lasciava fare e questo mi ha messo un po' in difficoltà, per me è un metodo di lavoro nuovo».
Comunque, siamo in pieno revival di film biografici sui pittori.
«Ma sono pochi quelli che riescono bene. Si parte sempre dallo spunto di raccontare percorsi umani molto interessanti, ma quasi mai si riesce a descrivere bene il momento dell’ispirazione che è quello decisivo per un pittore».
Tra due film in costume si è cimentata anche nella commedia con Aldo, Giovanni e Giacomo...
«L'esperienza di Tu la conosci Claudia? mi ha fatto capire che sono portata per la commedia. Un genere che adoro perché ha dei tempi particolari, poco fedeli alla realtà. Penso di avere una vena comica anche se ancora non la so usare bene. Vorrei trovare un regista che mi aiuti a scoprirla. Magari uno come Paolo Sorrentino che in Le conseguenze dell'amore ha saputo mescolare il dramma ai momenti comici».
Ha mai pensato di andare a recitare all'estero?
«Spesso. Conosco bene lo spagnolo e non nascondo che mi piacerebbe lavorare con Almodóvar, un autore che riesce a rendere interessante qualsiasi ruolo femminile, dalla suora alla prostituta».
Speranze tante, progetti anche, dietro lo sguardo vagamente malinconico. Intanto, Sandra riparte per le vacanze nel Salento. E saluta, fatalista: «Se qualcosa deve accadere, accadrà».