Recoba verso l’addio all’Inter: «Speravo di darle una mano»

«È il mio ultimo anno qui. Avrei voluto aiutare la squadra, ma sono sempre stato male»

«È il mio ultimo anno di Inter? penso di sì. Mi sarebbe piaciuto dare una mano, ma non ci sono riuscito», la firma è di Alvaro Alexander Recoba Rivero, detto El Chino per la pettinatura a scodella e gli occhi a mandorla.
Qualcuno potrebbe chiedersi quale sia la stagione a cui si riferisce, perché il giocattolo più bersagliato del mondo dagli infortuni non è mai stato un fenomeno di continuità, tutto il resto funziona, sinistro, potenza, fantasia, chi ama il calcio ama Recoba. «Ma sono sempre stato male», ha confessato a Sky, ultima disgrazia uno stiramento al soleo del polpaccio sinistro, il suo polpaccio sinistro, quello che tiene fuori dal calzettone come si fa per mostrare l’articolo. A San Siro l’avevano scoperto il giorno del debutto di Ronaldo in nerazzurro, storia vecchia, due sventole da distanza siderale, Brescia colpito e affondato, tutti salvi gli altri eroi, Moratti, Simoni e anche Ronie che aveva deluso. Poi però con Zamorano e Djorkaeff strada chiusa e tanta panchina. A Venezia li ha salvati dall’acqua alta e dalla B, è tornato in via Durini perché il presidente aveva bisogno di vederlo palleggiare almeno una volta al giorno, comunque una cinquantina di gol in campionato, un’altra decina di reti sparse in Europa, il 4-3 al Parma, insomma cose belle, comprese una Uefa, due coppe Italia e due Supercoppe, eventualmente anche lo scudetto scorso.
Ma nel giorno del suo 31º compleanno, El Chino fa sapere al calcio che si è voltato per guardare cosa si è lasciato dietro, ha scoperto di averci trovato poco e il rammarico ha preso il sopravvento: «È la mia ultima stagione di Inter? Penso di sì. Non che abbia cinquant’anni e sia a fine carriera, questo no. Però mi sarebbe piaciuto andarmene giocando e dando una mano alla squadra a vincere, e fino ad ora non ci sono riuscito. È arrivato il momento di capire cosa voglio fare, non voglio accontentarmi di fare dieci o quindici partite a stagione. Io devo giocare, sono contento perché abbiamo tante possibilità di vincere come mai è accaduto in questi ultimi dieci anni. Sono felice per questa situazione perché siamo primi ma non posso essere contento se non gioco».
Chino ne dribbla tanti quanti possono starci in quel pezzo di campo, poi ne va a cercare un altro gruppo per continuare, potrebbe andare avanti così fino allo sfinimento se non ci fosse una porta a ricordargli che esiste un fine. Allora scarica. Se ne erano già accorti quando stava all’Ituzaingò e aveva cinque anni, giurano i suoi agiografi. Adesso l’Uruguay lo ha chiamato per l’amichevole del 24 marzo contro la Corea del Sud, gli ha telefonato Oscar Washington Tabarez e questa inattesa convocazione nella Celeste gli sta spalancando la terza via, il ritorno a Montevideo, magari al Nacional, offerte in Europa non ne ha ricevute, anche perché i gioielli di famiglia per toccarli occorre l’autorizzazione e il presidente non l’ha mai data. E così al Chino sono passati dieci anni in maglia nerazzurra, un terzo della sua vita, coccolato dal capo, sopportato dal resto, perché l’Inter non vinceva e lui per tutti era solo un lusso che in tempi magri nessuno poteva permettersi. In quei giorni dicevano che il presidente lo nascondesse nel suo giardino.
Chino leggenda di Moratti è stato la bandiera della diversità del presidente, l’ostentata voglia di far capire che il suo calcio partiva da un’altra parte, prendere o lasciare. Adesso pensarli divisi mette un po’ di tristezza, come se il distacco fosse il segnale di un calcio che tramonta. Non è detto, gli uomini a cinquanta, le donne a quaranta, Chino a 31, arriva sempre per tutti il momento di girarsi e sentire di aver deluso gli altri. Poi a volte passa.