Il record «Avatar» conferma Hollywood al centro dell’impero

Ma non doveva essere l’anno del crollo del cinema americano? Già, doveva. Ma non è stato. A disegnare scenari inquietanti ci aveva pensato un sofisticato commentatore di politica internazionale di Newsweek, Fareed Zakaria. Quando già i segnali della crisi cominciavano a farsi sentire piuttosto chiaramente, Zakaria dava alle stampe un manifesto molto liberal e assai obamiano (prima di Obama): L’era post-americana. Nell’incipit del saggio ci ficcava una fosca previsione per i produttori di Hollywood. Enucleava una serie di primati, una volta appannaggio dell’America, ora appartenenti a Paesi emergenti: l’edificio più alto del mondo, l’uomo più ricco del mondo. E in fatto di film, chiosava: «La più grande industria cinematografica, in termini sia di film girati sia di biglietti venduti, è l’indiana Bollywood, non Hollywood». Bella profezia! Sembrava ormai cosa fatta. I soldi sono finiti. Le idee non ci sono mai state. Finalmente è la morte dei melensi polpettoni con effetti speciali a tutta mandata. Il New York Times, neppure un anno fa, salutava la crisi del cinema hollywoodiano con un’altra sorprendente previsione. Finiti i quattrini non si faranno più film come una volta; adesso è scoccata l’ora del «neorealismo». La realtà, la realtà che non si vede, ma morde la nazione, invaderà lo schermo. E sarà la primavera del cinema americano. È successo niente di tutto questo? No, è successo l’esatto contrario. È arrivato Avatar. Lo tsunami in 3D di James Cameron. Ha polverizzato ogni barriera. Dall’uscita è il primo film del mondo. Nel weekend passato Avatar si è scontrato con un pezzo pesante: il ritorno di Mel Gibson sullo schermo come protagonista, in Edge of Darkness, e lo ha schiantato, quasi doppiandolo. Già da oggi Avatar diventerà il primo film della storia del cinema americano, superando la soglia dei 600 milioni di dollari, fissata dallo stesso Cameron con Titanic. In realtà, se aggiustiamo i dati calcolando l’inflazione, in assoluto Avatar potrà piazzarsi tra i primi quindici. Ma se facciamo un paragone recente, con un altro film dall’incasso mostruoso, Batman. Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, uscito appena due anni orsono (portò a casa, l’enorme, imprevedibile bottino di 500 milioni di dollari), si capisce con maggiore chiarezza la portata dell’effetto Avatar. Non si era mai verificato che lo stesso film si potesse vedere a poco tempo di distanza in tre formati diversi, pagando tre prezzi diversi. Ovviamente, si potrà dire, i numeri sono un dettaglio; non spiegano nulla. Ma dai numeri eravamo partiti. E dovevano essere negativi. Zakaria ricordava come la sala da gioco più grande del mondo oggi non si trova a Las Vegas ma a Macao; e l’aereo più grande del mondo non lo fabbricano più negli Stati Uniti ma in Russia e in Ucraina. I film più grandi, però, continuano a farli ad Hollywood, non a Bollywood. E gli oggetti più piccoli, meravigliosi e sofisticati, che rappresentano il futuro della comunicazione, come l’iPad, li fabbricano ancora nella terra dell’innovazione, la California. L’industria cinematografica americana, come volume d’incassi in patria, è cresciuta nel 2009 del 10%. Dal 2000 solo un anno ha fatto registrare un segno negativo, nel 2005 (-6%). Sempre nello stesso periodo il biglietto medio è salito da 5 a 7 dollari. Le inquietudini prodotte dalla crisi, congiunte alle pesanti lacerazioni della guerra, prendendo per buone le evocazioni del New York Times, si sarebbero dovute riversare nella nuova ondata di film realisti e minimalisti. Un caso a dire il vero c’è stato. Ma smentisce clamorosamente le aspettative del quotidiano della Grande Mela. Gli americani sono impazziti per Paranormal Activity, film a budget quasi inesistente, costato appena 15mila dollari. Paranormal Activity, che esce in Italia venerdì, è stato girato in una stanza, con la telecamera a mano, con attori alle prime armi, diretto dall’esordiente di origini israeliane Oren Peli. Ha incassato oltre 100 milioni di dollari e dove è uscito in Europa ha fatto più che bene. È un film giovanilistico, per «figli della rete», da festa di Halloween, sul modello di The Blair Witch Project. Altro che neorealismo. Non v’è traccia di ideologia, impegno, preoccupazione per la catastrofica condizione del mondo. I titoli dei primi cinque film della stagione passata, Avatar, Transformers, Harry Potter, Twilight, Up, somigliano molto ai primi cinque titoli campioni d’incassi del 2008, Batman, Iron Man, Indiana Jones, Hancock, WALL-E. Vi sembrano questi film da tempi di crisi nell’era post-americana?