Il record della Campania: un politico ogni 330 abitanti

Se a Parigi c’è un eletto ogni 16.700 persone, la regione di Bassolino «vanta» oltre 17mila amministratori che costano 182 milioni di euro l’anno

Fabrizio De Feo

nostro inviato a Napoli

Non si può certo affermare che la missione della politica in Campania sia riservata a una élite ristretta. Sapete, infatti, qual è, numeri alla mano, il mestiere più diffuso a Napoli e nella regione di cui è capoluogo? Il «rappresentante del popolo». Il rapporto è di un eletto ogni trecentotrenta abitanti. Una densità di politici impressionante. Come dire che se provate, in un locale pubblico, a pronunciare il classico: «Scusate, c’è un medico in sala?» e vi rispondono no, potete ritentare con molte maggiori probabilità di riuscita a proporre un’altra domanda: «Scusate c'è un politico in sala?». Magari non verrete guariti ma avrete perlomeno un consigliere regionale, comunale o circoscrizionale, se vi dice bene un assessore, o comunque un «eletto» a cui chiedere aiuto per muovervi nella burocrazia sanitaria locale.
«In questa città chi è prescelto non deve governare ma inscenare la Commedia dell’Arte senza nemmeno la preoccupazione di recitare a soggetto: si improvvisa al momento. E noi non siamo cittadini ma spettatori: ogni sera dovremmo andare sotto Palazzo San Giacomo, ma anche sotto Palazzo Santa Lucia, ad applaudire» scriveva tra l’amaro e l’ironico il giurista Antonio Guarino, sul Corriere del Mezzogiorno di mercoledì scorso. Seguendo la metafora si può dire che i teatri della politica certo non mancano in Campania e queste compagnie artistiche sono stipate di primedonne, figuranti e servi di scena. Per prendere confidenza con i numeri della politica campana è esercizio utile recuperare un recente pamphlet: «L’assalto alla diligenza» (pubblicato per Il Denaro) scritto dall’architetto Gerardo Mazziotti, uno «studioso di occasioni perdute», ma anche un polemista passionale che nuota sempre controcorrente e si nutre del suo amore per Napoli. Vi si scoprono dati interessantissimi. Mazziotti ha confrontato l’area metropolitana di Parigi con i suoi 12 milioni di abitanti e la regione Campania, presieduta da Antonio Bassolino, con i suoi 5,7 milioni di abitanti (meno della metà).
Ebbene se la ville lumière è amministrata da un sindaco e 767 eletti nei consigli degli arrondissements, la Campania ha complessivamente 17.629 amministratori, per un costo annuo di 182 milioni e 196.121 euro. Facendo due calcoli banalissimi, significa che a Parigi c’è un eletto ogni 16.700 abitanti circa, mentre in Campania la proporzione è di un eletto ogni 330 abitanti. Niente male, soprattutto se si considera che questo esercito di politici non riesce a sottrarre a Napoli il primato di ultima città d’Italia per i servizi percepiti dai cittadini. La radiografia di Mazziotti, però, non finisce qui. Continuando a leggere i dati si scopre anche che «nella nostra regione ci sono 551 sindaci per altrettanti comuni, di cui solo 73 con popolazione superiore ai tremila abitanti e ben 366 sotto i mille abitanti. Quindi comuni piccolissimi che, per legge, devono essere amministrati da un consiglio comunale di 16 componenti e da una giunta con sindaco, vicesindaco e almeno 8 assessori».
Un esempio rintracciabile sulla carta geografica? Petruro Irpino, il più piccolo centro della regione, conta 400 abitanti e ha un consiglio comunale di 16 componenti, uguale a quello di comuni di cinquemila abitanti. Contando anche il sindaco e gli otto assessori, si arriva alla proporzione di un amministratore locale ogni sei abitanti. Questa moltiplicazione dei pani e dei pesci è fotografata da altri casi-limite. «È mai possibile - aggiunge Mazziotti - che l’isola d’Ischia, con 40mila abitanti, sia divisa in sei comuni, con sei sindaci, sei giunte e sei consigli comunali? E che l’isola di Capri con 12mila abitanti sia divisa in due distinti comuni?». È possibile, a quanto pare. Naturalmente il «ceto eletto» gode di retribuzioni blindate che certo non devono sottostare alla prova della quarta settimana, tanto cara alla sinistra.
Le cifre base, ovvero approssimate per difetto, senza contare, cioè, i benefit, le indennità e i costi delle commissioni, oltre che gli stipendi dei consiglieri già assunti a tempo indeterminato, pagati dagli enti nei quali sono stati eletti (ovviamente con soldi pubblici), sono riportate nelle tabelle. Vale, però, la pena ricordare che alla Regione Campania le fonti di reddito alternativo non mancano, visto che una poltrona da presidente di commissione non si nega (quasi) a nessuno e che dei 60 consiglieri comunali campani 46 hanno incarichi ben remunerati di presidenti o vice (secondo i calcoli degli uffici amministrativi ogni commissione costa 300mila euro l'anno). Le cariche diventano addirittura 56, se si considera che qualche onorevole regionale, come Pasquale Sommese (Margherita), ricopre contemporaneamente l’incarico di presidente della Commissione Urbanistica e di vice presidente del proprio gruppo di appartenenza.
Un altro che ha raddoppiato è Michele Caiazzo, ex sindaco di Pomigliano d’Arco, bassoliniano di ferro, contemporaneamente presidente dei Revisori dei Conti e vice presidente di Commissione. L’eccesso di rappresentanza, naturalmente, è una musica che risuona anche nel resto del Paese, visto che il numero dei politici è praticamente pari a quello delle forze dell’ordine. Tutto il contrario degli Stati Uniti, dove, per dirne una, il governo è composto da appena 13 ministri e 13 sottosegretari scelti dal presidente col criterio della competenza. «In Italia abbiamo 115mila carabinieri, 105mila poliziotti, 55mila finanzieri. E ben 253.925 politici eletti per amministrare 20 regioni, 103 province, 8.102 comuni, 365 comunità montane e 350 consigli circoscrizionali. Senza contare che l’80 per cento dei comuni ha una dimensione microscopica: meno di 3mila abitanti.
Questi rappresentanti costano alla collettività circa tre miliardi di euro l’anno e spesso, purtroppo, si tratta di veri e propri professionisti, cioè di gente che nella vita non ha altro mestiere» scrive Mazziotti. Alla faccia del vecchio precetto che invita a non scambiare mai la politica per una professione, così da non rendersene dipendente. Ma nella galassia dei nostri rappresentanti del popolo, spesso innamorata più delle fumisterie verbali che delle lezioni di governo, questo comandamento è davvero difficile da onorare.