Il record mondiale dell’uomo pesce

Ha dribblato squali toro e piranha, ha scansato coccodrilli, serpenti, formiche rosse e tronchi sommersi, ha domato la furia dell’acqua, i vortici e le correnti contrarie, ma alla fine ce l’ha fatta. Dopo 66 giorni e 5265 chilometri, Martin Strel, uno sloveno di 52 anni, ha realizzato il suo sogno, quasi un’epica follia: discendere a nuoto il Rio delle Amazzoni, dalla sorgente di Atalaya, in Perù, dov’è partito il primo febbraio, a Belem, in Brasile, dov’è arrivato trionfalmente un paio di giorni fa. Nessun uomo al mondo prima di lui ci era riuscito, nessuno aveva mai nemmeno osato sfidare per quasi tutta la sua lunghezza questo fiume impervio e violento. Nessuno. Eppure, una bracciata dopo l’altra, lui ce l’ha fatta, impiegando persino quattro giorni in meno di quanto aveva previsto, nuotando per circa 75-80 chilometri al giorno e arrivando alla meta non proprio in perfetta forma, disidratato, in stato semiconfusionale, senza più energie. «Eppure ne valeva la pena», ha dichiarato all’arrivo Martin Strel, un abitudinario dei primati tanto da essere entrato tre volte nel Guinness per aver percorso a nuoto negli ultimi anni oltre 3mila chilometri del Danubio, quasi quattromila del Mississippi e altrettanti del Fiume Giallo. «Perché ho voluto realizzare quest’impresa? Non certo per conquistare un altro record, ma per attirare l’attenzione sul problema della foresta amazzonica, per raccogliere fondi sull’Alzheimer e altre malattie neurodegenerative e per promuovere la telemedicina nei luoghi più remoti e sperduti del pianeta. Credo di esserci riuscito».
Tante le insidie che si è trovato ad affrontare in oltre 2 mesi. A cominciare dalla «convivenza» con i piranha e gli squali che affollano il Rio delle Amazzoni, il lungo e largo serpente di acqua che attraversa la giungla: «Ho nuotato talmente tanto insieme agli abitanti del fiume che alla fine credo abbiano accettato la mia presenza, pensando che fossi uno di loro», ha raccontato Strel che da sempre insegue l’avventura e in Brasile è stato soprannominato homen peixe, uomo pesce. Ma non è stato questo l’unico pericolo: c’erano le insolazioni in agguato e infatti dopo 10 giorni, nonostante tutte le precauzioni, Strel aveva il volto ridotto a carne viva per le ustioni ed è stato costretto a nuotare con una maschera protettiva e un cappello a larghe tese. E poi, verso la fine della sua avventura, la paura maggiore è stata affrontare la «pororoca», la violenta onda di marea che risale il fiume al cambiamento di luna e che più di una volta l’ha fatto indietreggiare di decine di chilometri. Eppure niente ha potuto fermarlo. Né i crampi, i dolori in tutto il corpo, le vertigini, lo sfinimento psichico che più di una volta ha costretto il figlio e gli altri del suo staff che lo seguivano a bordo di una barca a tirarlo fuori dall’acqua mentre gridava frasi sconnesse. E nemmeno le disposizioni dei medici che in più di un’occasione gli hanno intimato di smetterla, di ritirarsi, di dire basta, costringendolo a nuotare di notte per eludere la loro sorveglianza.
Intanto, seppur sfinito, appena toccata terra il nuotatore sloveno ha annunciato che presto comincerà a prepararsi per una nuova impresa, molto probabilmente la discesa del Nilo. Ma qualunque sarà il prossimo fiume prescelto, a guidare questo Indiana Jones più avventuroso di quello cinematografico sarà lo stesso fin di bene: «Nuotare per promuovere il messaggio universale di pace e di amicizia».
Roberta Pasero