«Reddito minimo per tutti? Noi Ds diciamo no»

Damiano, responsabile Lavoro del partito: «Non condivido l’idea di spalmare su una platea più vasta le tutele che esistono oggi»

Antonio Signorini

da Roma

Non è d’accordo con Tito Boeri, economista di solito gradito alla sinistra, quando propone un reddito minimo garantito per tutti ed è «sorpreso» dalle velata accusa di «statalismo» che Tiziano Treu avrebbe rivolto alla Quercia in un documento che doveva rimanere riservato. Insomma, i tavoli per il programma dell’Unione - ammette il responsabile lavoro dei Democratici di sinistra Cesare Damiano - non hanno sciolto tutti i nodi.
Avete lavorato per niente? Ha ragione Treu quando dice che dovrete ancora lavorare parecchio?
«Non darei questa interpretazione alle parole di Treu. Che il risultato programmatico dei dodici tavoli abbia delle sovrapposizioni e delle ridondanze è certo. Che si renderà necessario operare una forte selezione individuando le priorità di azione di un futuro governo è altrettanto certo. Ma il lavoro non è stato assolutamente inutile. È evidente che al tavolo di Prodi e dei segretari sono stati rinviati molti nodi di carattere politico».
Ad esempio?
«Sul futuro della legge trenta».
Non è poco non sapere cosa vorreste fare della legge Biagi...
«È noto che per Rifondazione comunista e comunisti italiani va abrogata, mentre per noi, Margherita e lo Sdi va superata attraverso una sua profonda revisione e con la cancellazione delle forme di lavoro più precarizzanti. Ma il documento che abbiamo preparato fornisce sul tema del lavoro indicazioni di merito che fanno già comprendere qual è la linea di marcia unitaria».
Però, a quanto pare, Rifondazione non vuole sentire parlare di riduzione del costo del lavoro, un tema caro alla Margherita...
«Anche io ritengo che vada diminuito il cuneo fiscale e penso, analogamente a Treu, che questa misura debba essere visibile, ma contenuta e compatibile con le risorse a disposizione. Bisogna agire prioritariamente sugli oneri impropri fino a un massimo di tre punti percentuali».
E il Prc è d’accordo?
«Francamente non lo so».
È vero che, come avrebbe sostenuto Treu, i Ds sono statalisti?
«Le cosiddette note a margine di Treu riportate dai giornali indicano una sua preoccupazione circa un eccesso di statalismo contenuto nei documenti. Devo dire che con lui siamo sempre stati d’accordo su una posizione sintetizzabile nello slogan “più Stato e più mercato”. Si tratta di distribuire una quota delle poche risorse che ci saranno, in modo selettivo, non a pioggia e a favore delle imprese che scelgono la strada della ricerca, dell’innovazione, dei brevetti e della stabilizzazione del lavoro. Su questo anche Treu dovrebbe essere d’accordo, mi stupirei del contrario».
Tra i nodi del programma dell’Unione c’è anche il Welfare? Boeri ha proposto un reddito minimo garantito...
«Personalmente ho delle riserve su queste indicazioni di Boeri. Non condivido l’idea di spalmare su una platea più vasta le tutele che esistono oggi. Noi dobbiamo piuttosto modularle estendendole anche al lavoro flessibile».
E il reddito minimo?
«Non sono d’accordo così come non condivido l’idea di un salario minimo per ogni lavoratore. Preferisco nel primo caso la logica del reddito di inserimento destinato a chi ne ha effettivamente bisogno. E nel secondo caso ritengo che i contratti nazionali debbano continuare a disciplinare le retribuzione minima».
Boeri dice anche che i sindacati non possono essere gli interlocutori per politiche redistributive perché rappresentano solo una parte, minoritaria, di lavoratori. Non è che avete lo stesso difetto?
«Non penso che i sindacati ignorino i disoccupati e il lavoro non standard. Al contrario, come noi, vogliono estendere le tutele a coloro che oggi non le hanno. Noi vogliamo modularle secondo un’impostazione a cerchi concentrici: c’è una tutela più intesa per lavoro subordinato e una meno intensa per i parasubordinati e i lavoratori autonomi. Questo faceva già parte di un’elaborazione dell’Ulivo, inserita nelle proposte di legge che abbiamo depositato nel corso di questa legislatura a partire dalla carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori».