Il reduce di Salò salvato dalla domestica di nome Italia

Per raccontare la storia di una famiglia romana negli anni del secondo dopoguerra nel suo ultimo romanzo pubblicato da Einaudi Marco Lodoli sceglie un narratore insolito e partecipe: la serva

A due anni dal suo ultimo romanzo, Marco Lodoli torna in libreria con «Italia» (Einaudi, pp 104, 15 euro). La sua ultima fatica letteraria è la naturale prosecuzione del romanzo «Sorella», uscito nel 2008. Laddove il precedente metteva in primo piano la scelta di vita e il destino di Amaranta, una giovane suora, qui affida la voce narrante a Italia, un'orfana che abbandona l'istituto che l'ha vista crescere per andare a servizio presso una famiglia romana nei primi anni Cinquanta.
Lodoli sceglie quindi ancora una volta una figura socialmente marginale per scandagliare gli angoli meno battuti dell'esistenza. E soprattutto per far emergere i pensieri più nascosti e la sensibilità più autentica dei personaggi cosiddetti minori. Qui, Italia sembra non avere spessore. È sempre pronta al sacrificio. Sempre disponibile per soccorrere i suoi datori di lavoro e i loro tre figli. Sempre attenta a qualsiasi sussurro proveniente dall'ambiente solo all'apparenza ovattato in cui si trova a vivere e lavorare.
Lorenzo Mondo paragona la domestica di Lodoli ai cuori semplici della flaubertiana Félicité e di Maria, la protagonista dell'omonimo romanzo che Lalla Romano pubblicò nel '53 per Einaudi e che Mursia ha ripubblicato l'anno scorso. Con questi personaggi Italia condivide lo stesso ruolo sociale e lo stesso dolore muto e inesprimibile di un'esistenza incapace di sciogliersi in un destino autonomo.
Lodoli regala, però, al lettore un ritratto pietoso ma sincero di una famiglia colta nella sua naturale trasformazione. Il destino dell'ingegner Marziali, di sua moglie e dei suoi tre figli si fa paradigma di una Storia collettiva dove - come sempre - le colpe dei padri ricadono sui figli. I sopravvissuti alla guerra civile non riescono, come nel caso di questo capofamiglia sfibrato dagli incubi della guerra e di un verdetto che lo vuole vinto ma indomito, ad accettare un presente fatto di compromessi e di ipocrisie. Soprattutto sembrano trasmettere questo senso di inappartenenza ai figli e ai coniugi. E Italia, l'unica nel racconto a non avere un'identità per così dire «storica», è l'unica che riesce a trasmettere serenità ai suoi datori di lavoro. Consola i figli, persi nelle proprie esuberanze adolescenziali. Rincuora la signora Marziali, sprofondata in una depressione senza nome e senza volto. Alla fine diventa «badante» di un vecchio ingegnere ormai solo e abbandonato da tutti. Ne raccoglie i sogni senili; li coccola. E poi, una volta terminata la sua missione torna all'Istituto per raccogliere un nuovo compito. Un finale quasi kafkiano che serve per rendere ancor più ambiguo il ruolo di questo «angelo custode» che si prende cura della famiglia ma non ne cambia il destino. Ne raccoglie dubbi e angosce e scioglie il loro passaggio esistenziale in un racconto struggente e poetico che da sempre è la cifra più apprezzabile della prosa di Marco Lodoli.