Il referendum, battaglia per la libertà

Molti stanno valutando il significato politico del referendum istituzionale che si terrà il 25 e 26 giugno prossimi. Ma in realtà c'è ben poco da analizzare. Se vinceranno i «Sì» alla riforma costituzionale Prodi sarà in forte difficoltà e si creeranno le condizioni per elezioni anticipate o nel 2007 o al più tardi all'inizio del 2008. Se prevarranno i «No» Prodi potrà invocare la conferma popolare al suo diritto di governare, ora messa in discussione dal sostanziale pareggio nelle recenti elezioni e dai dubbi sui conteggi delle schede e della loro regolarità. Il punto: non è la volontà delle parti a decidere il significato politico del referendum, ma la realtà. Sarà la battaglia decisiva.
Berlusconi, Fini e Casini ne sono consapevoli, ma c'è qualcosa che ha ritardato un loro impegno compatto che vogliamo risolvano in fretta e realisticamente, insieme. Anche perché tutti i leader della sinistra vedono nel referendum il vero evento di legittimazione o delegittimazione del loro diritto a governare, una sorta di elezioni politiche in due puntate. Infine, per la Lega, la vittoria dei «Sì» è fondamentale. Se non ci sarà finirà il suo progetto di conciliare autogoverno locale ed unità nazionale e dovrà puntare o ad un «autonomismo asimmetrico» (Veneto, Lombardia e Friuli, come la Catalogna, semplificando), comunque costretta ad estremizzare i propri linguaggi fino all'indipendentismo per mantenere l'identità politica e il «nocciolo duro» del suo elettorato. In tale scenario sarà più difficile per il centrodestra rimanere coeso aprendolo alla possibilità di un suo sfaldamento o comunque prolungata inabilitazione. In sintesi, il centrodestra è costretto a vincere non solo per dare all'Italia un'ottima riforma costituzionale modernizzante, ma anche per salvarsi. E, pur incoraggianti i dati dei sondaggi, la Casa delle libertà parte in notevole svantaggio per questa sfida. La sinistra è riuscita a demonizzare la riforma costituzionale dandone un'immagine molto diversa da quello che in realtà è. Lo vedrete in dettaglio sui giornali nelle prossime settimane, ma il significato di sintesi è il seguente: c'è un ottimo bilanciamento tra poteri nazionali di governo rafforzati e autonomie regionali riempite di sostanza. In conferenze e seminari in materia ho proposto di chiamare tale nuovo modello come uno di «concentrazione delle responsabilità» in quanto il suo tratto più evidente è quello di sostituire la dispersione delle responsabilità stesse che caratterizza l'impianto costituzionale del 1947. La riforma dà al potere centrale le giuste prerogative di governabilità per le materie - appunto, di «interesse nazionale» - che non possono essere frammentate pena l'aumento di costi per inefficienza ed allo stesso tempo riempie di più facoltà reali di autogoverno i luoghi. È una riforma intelligente perché ispirata ai principi di bilanciamento ed efficienza senza pregiudicare l'omogeneità delle garanzie fornite su base nazionale dal modello di Stato sociale. Ma la sinistra è riuscita a farla vedere come un attacco ai diritti del Sud, un modello che aumenta i costi e che rompe lo Stato sociale frammentandolo territorialmente. Niente di più sbagliato, ma anche frange dell'elettorato di centrodestra sono state colpite da questa strategia di disinformazione. Quindi il centrodestra si trova di fronte un compito difficile: a) ripristinare la verità sulla bontà della riforma con pochi mezzi mediatici disposti a farlo, la maggioranza di questi complice del sabotaggio e favorevole alla sinistra; b) assemblare in poche settimane una macchina organizzativa che faccia montare la mobilitazione e la passione dell'elettorato. Alla fine il risultato potrebbe dipendere da pochi voti e questi decideranno sul serio il destino dell'Italia: modello istituzionale modernizzato o arcaico, sinistra al governo per cinque anni o possibilità di andare presto a nuove elezioni politiche.
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