Referendum in Egitto con 40 arresti

da Il Cairo

Almeno 40 membri del Movimento egiziano per il Cambiamento (Kifaya) sono stati picchiati e poi arrestati ieri mattina nel corso di una delle due manifestazioni di protesta organizzate per invitare la popolazione a boicottare il referendum sull’emendamento all’articolo 76 della Costituzione. I manifestanti, circa 300 persone riunite davanti al mausoleo di Zaghloul, nel centro del Cairo, hanno gridato slogan contro l’emendamento, definendolo «una farsa teatrale». Secondo i membri del movimento Kifaya la nuova normativa, che prevede per la prima volta la possibilità di eleggere direttamente il presidente della Repubblica a suffragio universale, di fatto ostacola la candidatura di coloro che non godono del sostegno del partito Nazionaldemocratico al potere.
La polizia egiziana ha inoltre fermato alcuni giornalisti che si trovavano in piazza con i manifestanti. Fra loro ci sarebbe il cameraman della televisione satellitare Al Jazeera al quale è stata sequestrata la telecamera con cui erano state riprese scene delle proteste.
I seggi sono stati chiusi ieri sera alle 19, e sembra che la partecipazione al voto sia stata modesta. Ma non è richiesto un quorum, quindi il “sì” potrà passare anche con il 10-20 per cento dei voti.
Il trucco contro il quale protestavano gli arrestati è il seguente: i candidati sono tenuti a ottenere 250 firme di personalità elette, che sono notoriamente per oltre il 90% membri del partito del presidente Mubarak. In questo modo viene di fatto impedita la candidatura dei rappresentanti di una vera opposizione, e si realizza uno scenario alla tunisina: il partito al potere sceglie a suo piacimento candidati alternativi al presidente in carica, ovviamente molto deboli. Così il candidato ufficiale invece di avere il 99% dei voti ne avrà “solo” il 90%, e si potrà ingannevolmente parlare di scelta popolare.

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