Referendum elettorale, l'ultima trovata di Veltroni: l'appoggio esterno

Il leader designato del Partito democratico: "Sostengo la consultazione popolare ma non firmo per evitare contraccolpi negativi sul governo". Parisi furioso: "Avrei molto da dire sulle motivazioni di una scelta inaccettabile"

Roma - Il duello si arricchisce di un altro capitolo. E così Arturo Parisi torna ad attaccare Walter Veltroni sul referendum elettorale, e il sindaco-candidato-designato si difende inventando un’altra di quelle splendide acrobazie dialettiche di cui la politica italiana è ricca: dice che sostiene il referendum, ma che non lo firma per motivi «di opportunità». Siamo sempre dalle parti - Moro requiescat - delle mitiche «convergenze parallele», degli immancabili ossimori, della politica che nel nostro Paese si diverte a coniugare i contrari. Veltroni dà «l’appoggio esterno». Ma è lui stesso a spiegare la sua posizione senza possibilità di fraintendimento: «Questa mattina ho incontrato i rappresentanti del Comitato referendario a cui ho confermato il mio sostegno come stimolo al Parlamento per una nuova legge elettorale. Questa posizione è stata da loro molto apprezzata, con accenti sinceri, sia nel corso dell’incontro che pubblicamente». Fantastico, hanno apprezzato. Però... «Se ho deciso di non firmare il quesito - aggiunge Veltroni - è solo per un motivo di opportunità, per cercare di evitare, vista la mia posizione, ogni possibile contraccolpo per maggioranza e governo, la cui sorte dovrebbe stare a cuore anche a coloro che, come il ministro Parisi, ne fanno parte».

Insomma, Veltroni «sostiene» un referendum che non vuole firmare. Ma perché? E perché Parisi continua a incalzarlo con tanta furia? Ieri il ministro della Difesa non nascondeva la sua stizza: «Ho molto da dire - spiegava Parisi - sul fatto che il candidato alla guida del Partito democratico non abbia firmato i quesiti con una motivazione che non riesco ad accettare». Eppure... «Conoscendo la sua piena consapevolezza del disastro nel quale è finito il Paese - aggiunge il leader prodiano -, mi sorprendeva semmai la sua prudenza passata e i suoi giudizi negativi sull’esito istituzionale del referendum».

Ecco, per capire queste posizioni, bisogna fare un passo indietro di poche settimane, ai giorni in cui Veltroni non era ancora candidato. Una sera, a Roma, Veltroni e Parisi si ritrovarono entrambi sul palcoscenico del teatro Quirino per una manifestazione dei comitati di base ulivisti. In quell’occasione, sotto un fuoco di domande, ci fu chi chiese al sindaco: «Sul referendum che fai?». E lui, senza dilungarsi troppo: «Penso che sia una strumento giusto, che però porterebbe ad un risultato sbagliato». Sul palco Parisi fece un salto e per poco non si morse la lingua. In realtà Veltroni, che già allora sognava una riforma alla francese, ha posto l’obiettivo di una «qualsiasi» riforma che superi questo sistema di voto al primo punto delle sue richieste ai parlamentari dell’Unione. Ed è molto preoccupato del premio di maggioranza, che (nella forma prodotta dal quesito abrogativo) produrrebbe al 90% dei casi un Parlamento dominato a maggioranza semplice da Forza Italia (fino a oggi primo partito in tutti i sondaggi).

A Parisi e Guzzetta tutto questo non importa. Per loro conta di più affermare il principio di rottura, bypassare il Parlamento inciucista (e tendenzialmente proporzionalista) con un pronunciamento popolare e maggioritario. Insomma, due direzioni opposte. Senza contare la soddisfazione di Romano Prodi, che vede la prima patata bollente cadere nelle mani del suo candidato successore. Il sindaco poi era contrario, certo, ma, dopo l’investitura del Lingotto di Torino, la sua posizione si è fatta più difficile. Rompere con i referendari lo farebbe sembrare di apparato. Ma una riforma come quella che lui vorrebbe all’orizzonte non c’è e sarebbe grave danno farne una con l’accordo del centrodestra, un omaggio postumo alla vituperata Bicamerale dalemiana (e poi chi lo dice a Marco Travaglio?). Per giunta l’uomo più impegnato a scongiurare il voto è del suo partito - il sottosegretario Vannino Chiti -, ormai costretto a duellare tutti i giorni con i referendari «alla sua destra» e con la sinistra alternativa «alla sua sinistra». Se Veltroni firmasse, sconfesserebbe la sua mediazione, compromettendo ogni accordo. Morale della favola: per Veltroni sarebbe meglio se le elezioni anticipate facessero saltare il referendum (e Prodi). Per Parisi il referendum è un bel modo per lanciare la sua candidatura contro Wonder-Walter (e difendere Prodi). Comunque vada, qualcuno si farà male.