«Il referendum elettorale? Partita persa»

Roma«Ma perché Fini si caccia in queste partite perse in partenza?». Roberto Castelli, dirigente della Lega e sottosegretario nel governo Berlusconi, non ha apprezzato l’apertura del presidente della Camera sul referendum elettorale. E dice che celebrarlo insieme alle europee è ipotesi «per noi non praticabile».
Senatore Castelli, per Fini il referendum avvicina il bipartitismo, e che il Pdl deve decidere la linea, anche a prezzo di «discussioni con gli alleati». Cioè con la Lega?
«Non voglio far polemiche con Fini. Ma credo che la gente sia stanca di continui referendum, e che molto difficilmente questo potrà raggiungere il quorum. Non vedo quindi perché il Pdl dovrebbe cavalcarlo, condannandosi alla sconfitta. La Lega resta contraria: la legge elettorale non si tocca qui e lì, si cambia sulla base di un ragionamento globale. Ne abbiamo discusso l’autunno scorso, senza trovare accordo: e ora ci attacchiamo a microamputazioni referendarie?».
Dal presidente della Camera arriva anche un invito a dialogare sulle riforme.
«Le riforme costituzionali rischiano sempre le forche caudine del referendum confermativo, dunque il dialogo è giocoforza. Fini lo dice oggi, ma è il metodo che abbiamo già adottato sul federalismo fiscale, e al quale tutta la maggioranza ha aderito. Per altro mi pare che su bicameralismo, riduzione dei parlamentari e federalismo ci siano già molti punti d’intesa col Pd».
Al congresso di Roma sta nascendo il Pdl, e Berlusconi annuncia di puntare al 51%. Vi allarma questa ambizione?
«No: tutti mirano al 51%, anche noi. Quella di Berlusconi era un’affermazione da congresso, comprensibile in quel contesto. La Lega mantiene la sua assoluta specificità, ma guarda con favore ai suoi alleati che si unificano: così il quadro si semplifica, come chiedono gli elettori. Il Pdl non ci preoccupa, e non per far mostra di muscoli: la Lega ha uno spazio che secondo me con questo avvenimento si allarga e non si restringe».
Perché?
«Perché nella nostra autonomia possiamo dare risposte nette sui problemi. Noi siamo liberi, mentre il Pdl è un partito con tante anime, costretto a mediare e ad avere a volte una linea di compromesso».
Pensa che il processo di fusione avverrà senza scosse?
«Tra le basi di An e Fi sarà facile: le frange più di destra di An sono già uscite, e restano i moderati. Già oggi è difficile distinguere tra un militante o un parlamentare dell’uno e dell’altro partito. Forse però ci sarà qualche problema al vertice...».
Intende tra Berlusconi e Fini?
«Il loro dualismo può lasciare qualche segno. Vedremo se Fini si rassegnerà a fare il secondo o cercherà la diarchia; se c’è Cesare o ci sono i consoli. Mi pare che al leader di An il ruolo istituzionale che ricopre stia stretto, fa molte uscite di carattere tutto politico. Forse non ci sta tanto bene. Vedremo se riuscirà ad autogestirsi. Di certo ha il vantaggio di essere giovane, e di avere tanti anni davanti per fare politica. Ma finché c’è Berlusconi è difficile che si creino spazi per altri. Poi si aprirà una partita ricca di incognite».
Ieri Fini ha ammonito a non aver paura dello straniero, e denunciato rischi di xenofobia.
«Mica avrà parlato di società multietnica? E’ la formula del politically correct che mi dà più fastidio... Ma va bene così, per carità. Sono temi eterni della sinistra che evidentemente Fini fa propri. Ma se ci mettiamo ad inseguire il buonismo, allora dobbiamo abolire qualsiasi legge imponga le regole di uno Stato sovrano».
Il presidente della Camera ha anche criticato la legge sul testamento biologico, che è da stato etico e non laico.
«È una sua opinione assolutamente legittima. Mi limito a ricordare che al Senato la maggioranza è stata unanime nel voto su quel testo. Ma quello del fine vita è un tema che va al di là della contesa politica, e tocca temi di natura etica e di coscienza. Se la Camera dei deputati decidesse di modificare la legge non mi stupirei. E neppure mi scandalizzerei».