Referendum farsa per Assad rieletto con il 97,6% dei voti

I bulgari gli fanno un baffo. Loro erano comunisti. Bashar Assad nel 2000 era un giovane riformatore di belle speranze. Quella volta, al suo primo referendum sulla nomina a presidente conferitagli dal Parlamento, conquistò il 97,29 per cento. Stavolta più maturo e ormai 42enne, fa anche meglio portando a casa un bel 97,62 per cento. Uno 0,5 in più «segno di come negli ultimi anni - spiega l’ineffabile ministro dell’Interno Bassam Abdul Majid – il presidente Assad abbia dimostrato la sua competenza nel gestire gli eventi e nel rimanere fedele alla causa nazionale».
Come negarlo. L’Onu lo sospetta di aver ordinato l’assassinio dell’ex premier libanese Rafik Hariri, fatto a pezzi nel 2005 da un camion bomba. L’America di George W. Bush lo accusa di aiutare gli insorti iracheni. L’opposizione gli rinfaccia di aver tradito le speranze di una primavera di Damasco esauritasi prima di fiorire. Eppure lui è ancora lì, sulla poltrona ereditata sette anni fa dal padre Hafez. Continua a governare con le stesse leggi speciali decise da papà nel lontano 1963, quando un colpo di Stato portò il partito Baath e la piccola dinastia alawita alla guida del Paese. E ha persino uno 0,5% di voti in più. Dunque perché lamentarsi. L’opposizione invitava al boicottaggio, ma i numeri resi noti dal solito ministro Majid parlano chiaro, domenica scorsa i siriani fremevano dalla voglia di correre alle urne. Solo un distratto cinque per cento su dodici milioni di votanti ha trascurato l’opportunità di far visita ai seggi. Solo 253mila inappagati elettori hanno omesso di segnare con un bel tratto deciso il nome dell’amato presidente depositando nelle urne un’odiosa scheda bianca. Solo 19mila635 irriducibili insoddisfatti, trascinati da risentimenti biliosi e grevi, han tirato una riga sulla grigia, infame casella concessa dal sistema per esprimere la contrarietà al candidato unico. Del resto a che servono tanti candidati? Quel voto è un referendum e il candidato migliore lo ha già scelto il Parlamento. E a che serve tanta, troppa democrazia? «La Siria ha detto no a una falsa democrazia che porta al caos», spiega senza tanti giri di parole il ministro dell’Interno. Bashar ci ha provato, intende il ministro, ma ha capito che non era cosa da fare. Si riferisce appunto alla tormentata «primavera di Damasco». A quei lontani mesi, forse solo settimane, in cui il giovane Bashar promise libertà e aperture, scommise sulla modernizzazione del Paese, scarcerò centinaia di detenuti politici, chiuse la nefasta prigione di Mezze. Fu intenso, ma breve. Nel 2001 i primi dieci dissidenti erano di nuovo dietro le sbarre. Nel 2003 Bashar spiegò all’opposizione di aver «mal interpretato» il senso dei suoi riferimenti alla democrazia. Si trattava, chiarì, di avviare «riforme economiche prima di quelle politiche». Insomma, un modello alla cinese, ma anche, sussurrano i diplomatici occidentali a Damasco, una «dittatura senza dittatore», un regime in cui nessuno sa chi veramente comandi. Perché il vero problema di Bashar Assad, nel bene o nel male, è proprio quello, nessuno distingue veramente la farina del suo sacco. Nessuno sa se sia uno spregiudicato dissimulatore o una disponibile comparsa chiamata a coprire i giochi di potere dei vecchi amici di papà.
Di certo Bashar non ha speso una lacrima per Ghazi Kanaan, il ministro dell’Interno, già capo supremo dell’intelligence siriana in Libano, suicidatosi nell’ottobre 2005 dopo aver testimoniato davanti alla commissione d’inchiesta dell’Onu sull’assassinio Hariri. Di certo Bashar non era l’erede designato di papà Hafez. Quello si chiamava Basil, ma andava di fretta anche al volante e la sua vita finì tra il tronco di un albero e i rottami della sua auto nel lontano 1994. Quella notte cancellò i sogni di carriera dell’oftalmologo Bashar. Lo costrinse a lasciare Londra, a conquistarsi i gradi di colonnello in un’accademia casalinga, a perpetuare il potere del padre e della piccola minoritaria dinastia alawita.
Fu il destino a volerlo e davanti al destino, Bashar l’ha capito, non c’è democrazia che tenga.