Referendum: prime crepe nella sinistra

Arturo Gismondi

Il centrosinistra si interroga sul referendum istituzionale del 25 giugno. Fin qui, la sinistra si è ispirata a una strategia piuttosto facile: un appello al no «per la difesa della Costituzione» fatta segno ad una manomissione da parte di forze politiche ispirate a valori diversi di quelli che avevano dettato la Carta del 1948. E si tratta, a guardare bene, di una impostazione che sostanzialmente nega gli appelli venuti, anche dal Quirinale, per un riconoscimento reciproco delle forze in campo. L’esortazione ad un atteggiamento meno dogmatico e più attento alle esigenze politiche del Paese viene dall’interno del centrosinistra. Il «no» alla riforma della passata legislatura non può chiudere il discorso di una riforma costituzionale che resta comunque aperto. È l’appello di un Comitato sorto per iniziativa di due costituzionalisti Ds, Barbera e Ceccanti, che ha raccolto le firme di 150 costituzionalisti, studiosi e giuristi i quali chiedono una diversa strategia. Il Comitato, che qualcuno definisce del «no ma...» affronta la campagna elettorale in modo problematico, riconoscendo che vi sono temi di riforma che non si possono respingere senza indicare una soluzione per il futuro. A indurre alla prudenza è il timore che un atteggiamento troppo barricadiero porti al voto i militanti duri e puri, in particolare della sinistra alternativa, allontanando dalle urne un elettorato che non vuole lasciare dietro il referendum il deserto.
La proposta di Barbera e Ceccanti è che subito dopo il referendum si dia vita, coinvolgendo la Casa delle libertà, a una Convenzione incaricata di elaborare un testo da presentare in Parlamento per una rapida approvazione. Nel testo dovrebbero figurare temi che non possono essere seppelliti sotto il peso di un «no» destinato a riportare indietro di decenni l’esigenza di un aggiornamento costituzionale. I temi principali sui quali applicarsi riguardano i poteri del premier, la fine del «bicameralismo perfetto» che rende tanto lungo e tormentato l’iter delle leggi, la diminuzione del numero dei parlamentari. Gli autori di queste obiezioni temono anche un ritorno puro e semplice alla riforma del Titolo V della Costituzione approvato dal centrosinistra e già oggetto di infinite vertenze alla Corte costituzionale fra Stato e regioni.
La via indicata dal Comitato di Barbera e Ceccanti non è agevole, dà intanto per scontata una prevalenza del «no», indica in definitiva un allineamento dei «riformisti» alle posizioni più oltranziste. E però, le riserve di tanti giuristi e studiosi aprono varchi alla battaglia del centrodestra interessata a spiegare la sostanza della riforma sottoposta a referendum. Preoccupazioni su un risultato puramente negativo del referendum sono state espresse dalla Confindustria (Cordero di Montezemolo ne ha parlato alla recente assemblea nazionale), lo stesso ha fatto Ruini dinanzi alla Conferenza episcopale. E a temere che un discorso troppo drastico allontani la prospettive delle riforme sono anche i radical-socialisti della Rosa nel pugno. In certi ambienti del centrosinistra si teme una diserzione delle urne come quella verificatasi a proposito del referendum sulla legge 40. La diserzione venne attribuita alla scarsa chiarezza dei quesiti che potrebbe in questo caso incoraggiare il voto degli elettori più disposti ad una migliore conoscenza della materia. E in questo campo, l’opera della Cdl potrebbe risultare alla fine più efficace del «no» dei tifosi a oltranza. Di sondaggi ce ne sono pochi, dopo il flop del 10 aprile c’è una certa riluttanza a ordinarne, e a eseguirne. Un sondaggio che circola nelle redazioni azzarda che a oggi andrebbe a votare poco più del 50 per cento, con scelte più o meno divise a metà. La strada sulla quale si è avviato il centrosinistra, stando a questi dati, non garantisce affatto che una campagna più attenta alla sostanza della riforma approvata dal Parlamento non possa risultare decisiva. L’iniziativa di Barbera e Ceccanti chiede alla sinistra di rifare i conti, se sa e se può.
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