Referendum, Veltroni: "Appoggio" Ma non firma. Parisi: "Parte male"

Il sindaco di Roma: "Sono candidato alla guida di un partito collocato in una maggioranza in cui ci sono opinioni diverse e di queste opinioni non posso non tenere conto". Polemico Parisi: "Siamo al vorrei, ma non posso. Al Paese serve altro"

Roma - La battaglia è giusta, andate avanti. Io però non firmo. Walter Veltroni, ledare in pectore del Partito democratico, ha già imparato l'arte dell'equilibrismo, tanta cara al premier Romano Prodi. Stamattina in Campidoglio l'incontro tra il sindaco di Roma e il presidente del comitato promotore del referendum per la revisione della legge elettorale, Giovanni Guzzetta. Un incontro che il protocollo definisce "molto positivo": "È importante che ci sia un sostegno alla raccolta delle firme - ha dichiarato Veltroni - perché questo consente di fare in modo che il parlamento affronti e approvi il più rapidamente possibile un cambio della legge elettorale della quale l’Italia ha bisogno. La situazione lasciata dalla scorsa legislatura è molto pesante e molto grave". Poi, però, il voltafaccia. Ai giornalisti che gli chiedevano se firmerà anche lui per il referendum, Veltroni ha risposto: "Il problema non è tanto se firmo io: io sono candidato alla guida di un partito collocato in una maggioranza in cui ci sono opinioni diverse e di queste opinioni non posso non tenere conto. Niente però mi impedisce di esprimere un sostegno che voglio dare e che è cosa più importante che la firma individuale". Ma il sindaco non firmerà.

Parisi critica "Come si possono invitare i cittadini a firmare senza firmare?". A giudizio del ministro della Difesa Arturo Parisi, "il sostegno aperto e argomentato del referendum da parte di Veltroni non sorprende e rallegra. Conoscendo la sua piena consapevolezza del disastro nel quale è finito il Paese - argomenta Parisi - mi sorprendeva semmai la sua prudenza passata e i suoi giudizi negativi sull’esito istituzionale del referendum. Quanto al rifiuto di manifestare questo sostegno col semplicissimo atto della sua personale sottoscrizione pubblica, la stessa che in questi giorni chiediamo ai cittadini, avrei invece molto da dire. Quella che non riesco ad accettare è comunque la motivazione. Non riesco a crederci! Ancora una volta siamo al vorrei ma non posso. Proprio l’opposto di quello che serve al Paese. Se candidato alla guida significa candidato a guidare, se guidare significa soprattutto guidare a scegliere - incalza il ministro - non riesco proprio a capire perché, neppure nel momento nel quale di questa leadership non è ancora almeno formalmente investito, invece di dare coerente prova negli atti delle proprie convinzioni e preferenze veltroni decida di farsi guidare invece che di guidare. Il Walter che serve all’Italia è uno che espone la sua linea fondata sulle sue convinzioni e su questa cerca il consenso a prescindere dalle provenienze passate, non un candidato che si propone fin dall’inizio come il candidato di tutti e di nessuno. Verrà poi certamente il tempo delle mediazioni e della sintesi. Ma non può coincidere con l’inizio".

Parisi e Santagata: "Ora è il tempo dell'azione" I ministri Arturo Parisi e Giulio Santagata, membri del Comitato promotore del referendum elettorale, hanno ribadito il loro impegno durante una conferenza stampa a Montecitorio: presenzieranno ai banchetti anche di notte e inoltre spiegano che da domani partirà un sms "stringatissimo ma tosto" per sensibilizzare i cittadini. "Il tempo prezioso è scaduto, ora è il tempo dell’azione», afferma Parisi lanciando «la mobilitazione finale", un appello "a non mandare sprecata una sola ora" affinché si arrivi al raggiungimento delle firme necessarie. "La nostra salvezza - osserva il titolare della Difesa - è nelle mani del referendum, al di là delle intenzioni è chiaro che la legge non vedrà mai la luce, e se dovesse vederla sarebbero più i passi indietro che quelli in avanti". Sulla stessa lunghezza d’onda è Giulio Santagata: "Lo sforzo del Parlamento per riformare la legge non sta dando i risultati di cui avremmo bisogno. La via d’uscita non può essere dunque che il referendum".