Refusi La sera sbagliavamo in via Veneto: Scalfari e l’arroganza dell’errore

Non staremo a ripetere il famoso errare humanum est, perseverare eccetera eccetera perché occupandoci di citazioni sarebbe rischioso. E anche perché il ripetere l’errore in questo caso non è diabolico. Molto peggio. È spocchioso. O arrogante. L’arroganza dell’errore.
Eugenio Scalfari venti e più anni fa, nel 1986, pubblicò per Mondadori un libro destinato a diventare la bibbia dell’intellighenzia laical-chic: «L’esperienza irripetibile dei liberals italiani raccontata dal loro più autorevole esponente» (cioè lui stesso). Quel libro, intitolato La sera andavamo in via Veneto, sottotitolo «Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica», si presentava come un «viaggio nella memoria della nostra storia collettiva» eccetera eccetera dalla Torino di Valletta alla Milano di Arrigo Benedetti, dalle piazze del Sessantotto ai salotti di Pannunzio e Mattioli eccetera eccetera. Un libro splendido, a suo modo. Del cui valore storico e dalla cui qualità letteraria non si parlerà in questo articolo. Ne parlò, a suo tempo, qui sul Giornale, Mario Cervi. Il quale, splendido interprete della scuola giornalistica montanelliana del «bastonare lisciando», cioè del distruggere un libro o un’idea parlandone apparentemente benissimo, dedicò un lungo articolo all’«autobiografia intellettuale» di Scalfari che - detto qui per inciso - trasmetteva un fastidioso senso di elitarismo e la snobistica convinzione che i protagonisti di quell’avventura appartenessero a una setta d’iniziati alla cui sapienza e saggezza tutti gli altri si dovevano inchinare.
Comunque, a margine della recensione, Cervi si divertì a cogliere in fallo Scalfari nelle citazioni: e in particolare - per uno che dichiara una devozione infinita per Marcel Proust la cui Recherche puccia tutte le mattine nella colazione come una madeleine nel caffelatte - in quelle francesi. Occupandosi di Gianni Agnelli, Scalfari negava che fosse un re feneant invece del corretto fainéant, e poi a proposito dell’allora governatore della Banca d’Italia Donato Menichella scriveva gran commis invece di grand commis, e a proposito del noto «caso Gattopardo» evocò un inesistente Bouvard et Pecouchet al posto del flaubertiano Bouvard et Pécuchet. Errori veniali, se si vuole, ma sfiziosi se attribuiti a un noto maestrino dalla penna rossa come Scalfari; tanto più che Cervi, con un vero colpo di genio, si diceva certo che i «refusi» fossero da attribuire ai «diavoletti tipografici» che come è noto infestano tutte le redazioni di questo mondo. Compresa la nostra del Giornale, ovviamente.
Comunque a Montanelli - il quale, detto anche qui per inciso, non apprezzava particolarmente Scalfari come articolista, essendo il suo opposto dal punto di vista della tecnica giornalistica: cioè analitico, noioso, greve; lo ammirava invece molto come direttore, per la sua brillante spregiudicatezza - l’articolo di Cervi piacque molto. Scalfari invece, come si seppe da una di quelle talpe che come è noto infestano le redazioni di tutti i giornali di questo mondo, Repubblica compresa - andò su tutte le furie e - si disse - mise in croce i correttori di bozze del dattiloscritto. Per quanto riguarda i rapporti Cervi-Scalfari, al velenoso articolo seguì un breve scambio di lettere private e poi il silenzio. Incontrandosi anni dopo casualmente in un aeroporto, nessuno dei due accennò alla polemica.
Comunque, La sera andavamo in via Veneto è da poco tornato in libreria (lo pubblica Einaudi al posto di Mondadori, anche se poi è la stessa cosa) senza nuove introduzioni o prefazioni. Per volere dell’autore, tutto è esattamente come prima. Tutto identico a 23 anni fa. Purtroppo sì, errori compresi. Gran commis (pag. 32 della nuova edizione), feneant (pag. 199), Bouvard et Pecouchet (pag. 215).
Non vogliamo infierire, e non sottolineeremo che - nel nostro piccolo, rispetto alla grandezza di Cervi - ci siamo imbattuti nel corso della peraltro piacevolissima lettura anche in un Le charme discrets de la bourgeoisie con forse una “s” in più rispetto al titolo corretto dell’immortale film di Luis Buñuel (pag. 65) e in un paio di incomprensibili costituency (pag. 15 e pag. 212). Ora, è vero che all’Einaudi peggio del reparto correzione bozze c’è solo l’ufficio stampa, ma Eugenio Scalfari, per quanto l’ammissione dei propri errori non sia il lato più spiccato del suo carattere, avrebbe potuto segnalare la cosa a chi di dovere. Sbagliare la prima volta, più che umano, è una distrazione. La seconda, più che diabolico, è arrogante.
Da parte nostra, invece, non vediamo l’ora di non incontrare Scalfari casualmente in qualche aeroporto, per non accennare alla querelle. Che qui ci piace scrivere - ça va sans dire - in francese.