Regali ai politici, condannati 5 consiglieri

Calabria, dovranno risarcire la Regione con 24mila euro. La difesa: «Volevamo dare prestigio all’ente»

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

I regali che i politici si concedono in nome dell’istituzione che rappresentano ma a spese dei cittadini sono illegali e procurano all’amministrazione pubblica un danno economico meritevole di risarcimento. Lo dice la Corte dei conti in una sentenza che andrebbe appesa in tutti gli uffici di Comuni, Province, Regioni, governi ed enti di ogni livello. E che condanna i cinque membri dell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale calabrese in carica nel 2003 a risarcire 24mila euro spesi allegramente per regalare a Natale borse in pelle e penne griffate a tutti i consiglieri.
La vicenda risale a tre anni fa. Il 5 novembre l’ufficio di presidenza del Consiglio regionale calabrese - Luigi Fedele (Forza Italia), Francesco Pilieci (Udc), Domenico Rizzaca (Pri), Giuseppe Bova (Ds) e Antonio Borrello (Udeur) - si riunisce «in occasione delle imminenti festività per deliberare di procedere all’acquisto di gadget natalizi». E stanzia fino a 40mila euro rubricati come «spese di rappresentanza».
La scelta dei regali viene affidata al buon gusto del presidente del Consiglio, Luigi Fedele. Il quale si guarda attorno e seleziona «46 borse professionali in pelle pregiata Nazareno Gabrielli e 5 penne Montblanc». Tutti i consiglieri regionali trovano sotto l’albero di Natale le borse in pelle, i cinque dell’Ufficio di presidenza anche le prestigiose penne.
Tutti contenti a scambiarsi gli auguri e i regali sotto l’albero di Natale. Ma la Procura regionale della Corte dei conti non partecipa alla festa. Indaga e contesta la legittimità dei gadget: «Non sono assolutamente riconducibili a esigenze di rappresentanza dell’ente», anche se la delibera di assegnazione li definisce «strumenti di lavoro, nonché veicolo promozionale dell’immagine del Consiglio regionale». «Non si comprende davvero - obiettano i magistrati contabili nella sentenza - come un acquisto per così dire autoreferenziale di borse in pelle pregiata e di penne di marca possa andare a soddisfare esigenze di rappresentanza. Né per quale motivo dovrebbero considerarsi indefettibili strumenti di lavoro costosi articoli griffati e quale ritorno in termini di immagine nell’ambito delle relazioni con gli interlocutori istituzionali né possa essere derivato alla Regione». Per la Corte dei conti, i consiglieri si sono fatti i regali solo «per il perseguimento di un fine egoistico e privato, ancorché camuffato come pubblico».
Nelle loro difese, i cinque consiglieri si sono aggrappati prima all’immunità garantita dalla Costituzione (ma per le opinioni espresse, mica per i regali di Natale a spese del contribuente, spiegano i giudici), poi a ragioni meno nobili. L’esistenza di una consolidata prassi di omaggi ai consiglieri e la «tenuità» della spesa. Giudicata la prima irrilevante (sbagliavano anche prima), i magistrati liquidano la seconda con sdegno: «L’importo di 450 euro per ciascuna borsa non è poi così esiguo se si considera che corrisponde all’incirca a quella di una pensione sociale e va moltiplicato per quarantasei consiglieri». Argomenti robusti. Ma non tanto da impedire al Consiglio regionale calabrese, dopo le elezioni dello scorso anno, di confermare tre dei cinque condannati nell’ufficio di presidenza. Anche questo un bel regalo.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it