Regalo cinese all’America: lo yuan diventa più elastico

da Milano

In vista dell’incontro di Washington, previsto per la prossima settimana, la Cina prova ad alleggerire il pressing statunitense con la decisione di rendere più ampie le oscillazioni dello yuan rispetto al dollaro. E, al tempo stesso, stringe per la quarta volta in poco più di un anno i cordoni del credito nel tentativo di stemperare l’euforia della Borsa di Shanghai.
L’aspetto del cambio è cruciale nei rapporti - non proprio idilliaci - tra i due Paesi. Da tempo, l’ex Impero Celeste è accusato di mantenere artificiosamente bassa la moneta nazionale, in una sorta di dumping valutario il cui scopo è quello di favorire la penetrazione delle merci cinesi in tutto il mondo. Pechino ha confezionato un provvedimento ad hoc, escludendo dalla misura tutte le valute tranne il dollaro, nei confronti del quale la banda di fluttuazione dello yuan sarà portata, a partire dal 21 maggio prossimo, dallo 0,3% allo 0,5%. Solo uno sforzo di facciata, insufficiente a riequilibrare la situazione? A giudicare dalla reazione dell’amministrazione Bush, si direbbe di sì. «Il Tesoro Usa ritiene che sia un passo utile verso una maggiore elasticità dello yuan», è stato il commento di Alan Holmer, rappresentante per la Cina del dipartimento. Meno diplomatica è però parsa la successiva sottolineatura: «La moneta cinese si è apprezzata del 7,9% dal luglio 2005 e questo non è abbastanza: continueremo a esercitare pressioni su Pechino affinché consenta un maggior apprezzamento della valuta».
Le posizioni restano dunque sostanzialmente distanti, e non è improbabile che le divisioni risultino evidenti anche nel summit del 22-24 maggio. Per il riassorbimento dell’enorme surplus commerciale (177 miliardi di dollari lo scorso anno), il Paese orientale chiede un «prolungato periodo di tempo», mentre gli Stati Uniti pretendono un timing più serrato. E alla richiesta di maggior apertura dei mercati cinesi, Pechino ha finora controbattuto ricordando le limitazioni imposte da Washington all’esportazione di prodotti hi-tech.
Sul fronte interno, la Cina deve governare una crescita economica fin troppo esuberante (il Pil è salito dell’11,1% nei primi tre mesi del 2007), il cui pericolo più evidente è una caduta verticale e prolungata della Borsa di Shanghai, già colpita nell’ultimo anno da pesanti ribassi da cui, finora, è sempre riuscita a riprendersi. Fino a toccare, la scorsa settimana, il top di sempre a 4mila punti. L’aumento dei tassi (dal 6,39 al 6,57%) risponde quindi all’esigenza di contenere i movimenti speculativi sui listini, così come la decisione di aumentare l’ammontare delle riserve obbligatorie delle banche è diretta a limitare la crescita degli investimenti nel settore immobiliare e infrastrutturale. Cavalcare il Dragone senza correre il rischio di farsi male rimane comunque un’impresa difficile.