Il regime dei «cattoantagonisti»

La scelta antiberlusconiana della sinistra ha reso vuota la democrazia italiana di quella parte di essa che aveva scelto per principio l’accettazione della globalizzazione, del mercato mondiale, della scelta occidentale. Questa Italia non ha più voce in capitolo. Ora appare chiaro che l’idea di bilanciare questa grande emarginazione con i commenti critici della sinistra di alcuni grandi giornali abbia ridotto la politica italiana a un dialogo del governo con i sindacati e con la sinistra radicale. È accaduto che il paradosso dell’eliminazione del centrodestra dalla vita politica dei Comuni, delle Regioni e dello Stato ha dimezzato il dibattito politico italiano.
La corsa al Partito democratico non ha costituito alternative a questo dimezzamento del Paese, all’aspetto di regime che questo governo mantiene nel suo equilibrio instabile nelle sue varie componenti, tutte conecessarie alla sua esistenza. Aver delegittimato Berlusconi significa aver dimezzato la sostanza politica del Paese. Ed aver ridotto la politica ad un dialogo tra estremi. Anche il Ds è uscito da questo dialogo perché è da tempo in corso il processo di infamia gettato sui suoi dirigenti dalle intercettazioni telefoniche. Così due componenti emergono nel dialogo politico come legittimanti: i cattolici del dissenso e la sinistra rivoluzionaria. Credo che anche Andrea Riccardi e Savino Pezzotta abbiano notato che tutti i candidati cattolici alla segreteria del Partito democratico possano essere ridefiniti con un’antica espressione degli anni ’70: il «dissenso cattolico». La sinistra antagonista emerge anch’essa dagli anni ’70 nella sua tensione rivoluzionaria e nella sua volontà di cambiare, non solo la distribuzione sociale, ma anche le basi della produzione capitalista.
Il dissenso cattolico e la rivoluzione marxiana sono le basi culturali in cui si gioca la cultura del governo. Il Ds ora è per la prima volta culturalmente assente dal dibattito ed è costretto ad accettare la sua legittimazione etica dai cattolici del dissenso e dalla sinistra anticapitalista. Paga il prezzo di non essere voluto diventare socialdemocratico, di aver abbandonato persino la definizione come partito e di aver perso la sua identità.
I «cattolici del dissenso» sono gli unici a presentarsi come candidati. Al dissenso appartiene Dario Franceschini e i 60 che si definiscono cattolici democratici, proprio in chiave della differenza dalla gerarchia e dalla totale autonomia dei cattolici in politica. Il documento dei ’60 ha aperto il passo ai Dico.
La Bindi potrebbe definirsi cattocomunista, ma forse meglio cattofemminista, perché si presenta propriamente come una riformatrice della condizione delle donne nella Chiesa, si radica cioè in una opposizione che è prima intraecclesiale che intrapolitica. Enrico Letta rappresenta la scuola di pensiero di Bologna, i cui riferimenti sono Giuseppe Dossetti e Giuseppe Alberigo, la corrente che intervenne con un «manifesto» per contestare il diritto dei vescovi a condizionare nelle questioni eticamente sensibili i parlamentari cattolici. I teodem, frutto dell’azione di Ruini, sono isolati in due o tre soggetti che non possono che subire il prevalere dei «cattolici del dissenso» sulla linea politica del Partito democratico. Tutti i «cattolici del dissenso» sostengono l’alleanza con la sinistra marxista e antagonista e, al tempo stesso, proibiscono ogni riferimento ai diessini alla socialdemocrazia europea. Il Paese si trova nelle condizioni abnormi di essere governato da due minoranze. E questo quando il mondo conosce la globalizzazione e la sfida islamica. Quindi si trova in una situazione incomparabile con quella degli anni ’70.
Non a caso sarebbe stata l’emergenza delle Brigate rosse negli anni 2000 con i tentati omicidi ai giuslavoristi a annunciarci che il passato incubo ritornava.
Ciò dà a questo governo un carattere di regime perché si trova fuori della maggioranza moderata sia di destra che di sinistra all’interno del Paese. E la corsa al segretario del Partito democratico sarà dominata dai cattolici del dissenso e condizionata dalla sinistra di Mussi, di Bertinotti e di Diliberto. Il presidente della Repubblica è rimasto fedele alla sua origine politica.
Lo Stato italiano attraversa una crisi inedita: il ritorno in forza di un passato che sembrava di là dell’orizzonte storico anche allora.
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