Il regime di Kim Jong Il uccide chi nasce deforme o «impuro»

Subito soppressi i neonati disabili. Aborto coatto per i figli di padri cinesi

Roberto Fabbri

I comunisti che mangiano i bambini: uno slogan vecchio e trito, tenuto in vita ormai solo dai comunisti medesimi per ironizzare sulle modeste qualità critiche dei loro avversari politici. Eppure... leggete questa, perché a volte i vecchi slogan si dimostrano insufficienti a descrivere l’orrore della realtà del presente. Anche se si tratta di un presente con una storia già lunga alle spalle, se è vero come è vero che nel 2003 la Commissione statunitense per i diritti umani nella Corea del Nord, basandosi sul lavoro del ricercatore David Hawk, aveva documentato otto casi di aborto coatto e denunciato al mondo la pratica di «infanticidio etnico» e di «fenomeni unici di repressione»; e che l’organizzazione umanitaria Medici senza Frontiere decise già nel 1998 di lasciare il Paese perché si vedeva negato l’accesso ai campi dove si diceva che bambini disabili e malati venissero abbandonati.
Il Sunday Times racconta la storia agghiacciante di una donna di trent’anni, Han Myong Suk (probabilmente un nome di fantasia), la cui vicenda raccoglie in un unico episodio diversi tipi di violenza estrema subiti da una sola persona. Venduta da misteriosi trafficanti a un contadino cinese che l’aveva di fatto trasformata nella propria schiava, la donna era rimasta incinta. Giunta al quinto mese di gravidanza, la polizia cinese la rispedì nel suo Paese: la Corea del Nord la riaccolse sbattendola in carcere. Qui le fu ingiunto di abortire, perché lo strano comunismo in voga laggiù non ammette impurità etniche quali quelle rappresentate dai figli concepiti con i cinesi e anzi favoleggia - in perfetto stile hitleriano - di una presunta «superiorità della razza nordcoreana».
Myong Suk rifiutò di obbedire all’ordine e lo Stato esercitò su di lei i rigori della legge nel tipico modo brutale delle dittature: abbandonandola alla violenza dei suoi sbirri. Un secondino s’incaricò di prendere a calci il ventre della donna fino a ottenere il risultato voluto. Una settimana dopo Myong Suk fu ricoverata nella clinica del carcere dove, secondo le sue stesse parole, «hanno estratto dal mio corpo nella maniera più brutale il bambino morto».
Sopravvissuta ad anni di lavori forzati, oggi Han Myong Suk è fuggita all’estero, grazie all’aiuto della Corea del Sud e di un’organizzazione cristiana americana. Ma non può certo dire di aver lasciato al Nord l’insopportabile fardello del suo passato. Così come il medico suo connazionale Ri Kwang-chol, rifugiato a Seul, che ha testimoniato in un convegno i dettagli raccapriccianti di altre direttive del regime in tema di «purezza della razza». Nascere con un handicap fisico in Corea del Nord, ha raccontato il medico, equivale a una condanna a morte. «Non ci sono persone con difetti fisici in Corea del Nord», ha detto il dottor Ri, perché chi nasce “imperfetto” viene subito soppresso dal personale medico e all’uccisione fa seguito una rapida sepoltura senza testimoni. Hitler docet, anche in questo caso.
Il dottor Ri, che è arrivato a Seul nel 2005, ha detto di non aver mai praticato personalmente simili atrocità. Negli ambienti dei rifugiati nordcoreani, tuttavia, si sussurra che preferisca evitare di esporsi eccessivamente: il regime di Kim Jong Il, infatti, ha più volte raggiunto gli esuli più scomodi con i suoi sicari anche sul territorio della Corea del Sud.