IL REGIME DELLA PALUDE

Gentilissimo dottor Lussana, la questione della nomina del nuovo Presidente del Porto, ripropone a Lei e ai lettori tutti, il problema del «regime». In generale non si può non concordare con la Sua analisi. Credo tuttavia che in questa infelice stagione della politica, il centrosinistra nazionale non possa che insistere sull'occupare tutti i posti disponibili (e se vogliamo, ironicamente, qualcosa di più). Aveva ragione (una volta tanto) Clemente Mastella che imputava alla debolezza originaria del governo Prodi il desiderio (e la coerente pratica) di occupare tutti gli spazi praticabili. L'atteggiamento del centro funziona così da esplicito alibi per i governi locali che ne derivano non pochi vantaggi: rendite politiche (governo e sottogoverno) a parte, si può sperare di contenere le contraddizioni emergenti dalle tensioni che albergano nella cosiddetta «società civile». Trattandosi del Presidente del porto di Genova, la questione assume naturalmente caratteristiche indigene e si collega direttamente al caso che da parecchi decenni è costituito dalla città stessa (e non solo dal capoluogo regionale). In altri termini, Genova è problema a se stessa ma nel senso che il «regime» in città dura da poco più di 30 anni ed è un regime prettamente di sinistra. L'esperienza, vissuta a Genova dal 1976 in poi, è degna di circostanziate e profonde analisi storiche, economiche, sociali (insomma «politiche» nel senso più autentico della parola). Per fortuna il policentrismo italiano ha impedito che l'esperienza della nostra città (non dissimile da quelle realizzatesi nell'Italia centrale a partire dal dopoguerra) si estendesse a tutta la penisola. Voglio chiarire che non si tratta qui di colpevolizzare nessuno: se infatti determinate cose sono accadute (e accadono) devono esistere delle ragioni profonde che le consentono. Certo la sinistra ogni volta che ha potuto, in tempi non tanto lontani, ha teso a colpevolizzare gli avversari quasi essa fosse una chiesa cui venisse dischiusa, dalle vicende storiche, una rosea prospettive d'avvenire coronata dal successo politico permanente effettivo. Da qui il desiderio di non pochi di esercitare oggi ritorsioni di vario genere. Non è naturalmente questo il punto. Esso invece è quello per cui, se determinate cose sono accadute e accadono, deve esistere nella mentalità collettiva un deficit palese in relazione alla spinta che porta gli individui in genere a cercare di migliorarsi e di raggiungere superiori livelli di civiltà e di benessere. Il non aspirare a cose nuove è tipico della mentalità di chi si accontenta (e guarda tenacemente a coloro che stanno peggio di lui). La libertà è dinamica e rischiosa: dà vantaggi ma comporta anche pericoli derivanti dalle perturbazioni che si generano quando una società, nei suoi nodi strutturali, tende a rimettersi in gioco. La mentalità media sessantottina e post-sessantottina non era evidentemente così rivoluzionaria come intendeva far credere. Il vitalismo (...)