«Il regime sarà vittima della guerra tra clan»

nostro inviato a Mosca

Chiunque altro al posto suo si sarebbe lasciato scoraggiare. Da quindici anni è il paladino di una Russia autenticamente liberale. Inascoltato, talvolta deriso, spesso battuto. Ma Grigory Yavlinsky, 54 anni, tiene duro. Quando lo incontriamo nel suo ufficio di Mosca capiamo perchè: è brillante e straordinariamente grintoso, ma l'esperienza gli ha insegnato ad essere saggio. Sa che non deve avere fretta perché in Russia, ci dice, «i tempi del cambiamento sono lentissimi e dolorosi». L'importante è farsi trovare pronti nei momenti decisivi. Passo dopo passo costruisce il suo futuro e non dà alcun credito a Putin. Anzi.
Perché continua a diffidare del presidente russo? In fondo con lui il Paese è perlomeno uscito dal caos...
«Ma non ha cambiato la realtà di fondo. Putin sta semplicemente proseguendo il sistema sorto a metà degli anni Novanta, incentrato su un gruppo di oligarchi semicriminali arricchitisi grazie alla privatizzazione fraudolenta delle aziende statali sovietiche. Io vedo una grande continuità con Eltsin. Anzi, semmai la situazione sta peggiorando».
Eppure Putin è sempre molto popolare...
«Nei primi quattro anni al Cremlino ha rafforzato quel sistema e ora lo sta rendendo autoritario. La sua popolarità è presto spiegata: il Paese è più ricco grazie all'aumento dei prezzi del petrolio e del gas; inoltre Putin ha una personalità completamente diversa rispetto a Eltsin. E non c'è alternativa».
Nel 2007 ci sono le legislative, nel 2008 le presidenziali: davvero non cambierà nulla?
«No, perché la nostra è solo un'imitazione delle democrazie occidentali. I media europei parlano di quel che accade a Mosca come se avvenisse a Parigi o a Roma. Scrivono: sì Putin è forte ma c'è un'opposizione. Non è così. Questo sistema impedisce vera opposizione perché non ci sono finanziatori indipendenti, né media liberi, né un sistema giudiziario credibile. Il voto presidenziale non sarà decisivo. Forse Putin troverà il modo per restare al Cremlino oppure farà eleggere un fedelissimo. Non fa molta differenza».
Ma ai russi, stando ai sondaggi, importa più la crescita economica che la democrazia.
«Certo, perché negli anni Novanta le riforme vennero presentate come democratiche mentre erano semibanditesche, dunque oggi la gente odia chiunque si presenta come democratico. Il Paese vive una crisi di identità e non capisce dove sta andando».
Allora perché lei continua a far politica?
«Perché comunque i russi pian pianino evolvono. E perché questo sistema di potere politico-affaristico è destinato a implodere».
Ovvero? Che cosa prevede?
«Una guerra tra fazioni pro Putin. I segnali sono chiari. La ridistribuzione delle proprietà e dei poteri all'interno del gruppo sta generando fortissime tensioni. Il procuratore generale Ustinov era una figura centrale dell’entourage ed è stato costretto a dimettersi».
E dunque?
«Un sistema totalitario pretende non solo che tu sia sottomesso ma che ti piaccia. Quello autoritario invece ti lascia più o meno tranquillo a condizione di non interferire con il loro potere. Dunque puoi creare organizzazioni politiche fino a quando non gli dai fastidio. Ma come ogni regime autoritario, anche questo è incapace di riformarsi. Io non so quando la crisi diventerà ingestibile, ma in quel momento dovremo disporre di un movimento politico indipendente, capace di promuovere istituzioni democratiche. Faremo come Solidarnosc nella Polonia di Jaruzelski. E allora sì che ci sarà vero cambiamento».