Il regime spegne le voci della rivolta Blitz notturni contro i canti dai tetti

Miliziani e forze di sicurezza caricano e bastonano ancora. Succede nel pomeriggio di ieri intorno al parco di Laleh, a poca distanza dall'università, quando studenti e oppositori si ritrovano schiacciati dalla testuggine di moto, caschi e bastoni. Succede all'incrocio dove è caduta Neda quando una cinquantina di ragazzi arrivati a ricordarla finiscono arrestati. Continua nel buio di ogni notte quando bande di miliziani basiji assaltano case e università per spegnere gli slogan dell'opposizone, prosegue dietro le sbarre del carcere di Evin, dove i luogotenenti di Hossein Moussavi subiscono torture e pressioni psicologiche per confessare la partecipazione ai cosiddetti "complotti" dell'Occidente. Gli stessi complotti denunciati dal presidente Mahmoud Ahmadinejad che proprio ieri ha accusato l'America di Barack Obama e i suoi alleati europei di interferire negli affari interni dell'Iran promettendo reazioni «dure e decisive» in grado di «far pentire e vergognare» l'Occidente.
A denunciare le scorrerie notturne dei basiji ci pensa Human Right Watch pubblicando numerose testimonianze e un filmato in cui si vede l'assalto ad un condomino nel cuore della capitale. «Mentre il mondo si concentra sulle manifestazioni i basij mettono a segno brutali raid notturni contro case e appartamenti per bloccare i canti dai tetti» - denuncia Sarah Leah Whitson, direttrice della sezione mediorientale dell'organizzazione. Quei canti dai tetti sono un’autentica nemesi storica capace di regalare sonni tormentati ai capi storici della Repubblica islamica. Ad inventarli furono proprio loro ai tempi della lotta allo Scià. Allora ogni notte a Teheran e nelle principali città risuonava il coro di migliaia di "Allah Akbar" gridati da tetti e finestre. Trent'anni dopo quell'"Allah è Grande" è la litania notturna dall'onda verde di Mir Hossein Moussavi. Una litania organizzata per ricordare al regime che proiettili, manganelli e lacrimogeni non bastano a spegnere l'indignazione, ma capace anche di scatenare la spietata reazione dei basiji.
Il filmato di una notte giallo neon in cui miliziani in moto si avventano contro le porte di un condominio, bastonano i passanti, fanno irruzione nella palazzina distruggendo porte, vetri e mobili parla chiaro. Come parlano chiaro i testimoni. «La sera del 22 giugno mentre gridavamo Allah Akhbar i basiji sono entrati nel nostro caseggiato ed hanno sparato verso il tetto da cui salivano le urla» racconta un signore di mezza età del quartiere Vanak a Teheran. Le scorribande notturne fuori da ogni controllo legale servono anche a ripulire i tetti dalle parabole sintonizzate su quelle tv straniere utilizzate, a dar retta alla propaganda, per organizzare e mettere a segno i complotti contro la Repubblica islamica. Ma i messaggi del leader arrivano lo stesso. Ieri Moussavi ha fatto arrivare al regime il suo no alla proposta di riconta del 10 per cento dei voti e ha ribadito la richiesta di nuove elezioni.
Intanto, per dimostrare la tesi di un piano internazionale ai danni della Rivoluzione sono al lavoro da giorni i grandi inquisitori del regime. Al centro delle loro rudi attenzioni vi sarebbero Mostafa Tajzadeh, Abdollah Ramezanzadeh e Moohsen Aminzadeh, tre alti esponenti dell'ex governo riformista del presidente Mohammed Khatami trasformatisi durante la campagna elettorale nei principali collaboratori di Moussavi. Secondo le voci uscite dal carcere di Evin e definite attendibili da Amnesty International i detenuti della sezione 209 riservata ai "politici" avrebbero sentito nei giorni scorsi le urla disperate del vice ministro dell'Interno Tajzadeh e quella di Ramezanzdeh ex portavoce del presidente Khamenei. Aminzadeh, un ex vice ministro degli Esteri dell'era Khatami sarebbe stato sentito strillare «Non vi concederò mai un'intervista». Le interviste televisive in cui i detenuti politici confessano inesistenti complotti sono, da sempre, uno degli strumenti più usati per dimostrare la colpevolezza degli arrestati.