La regina dei talk-show «accende» Obama

Una folla mai vista assiste al comizio dei due big

da Des Moines

Hillary era nervosa. Sapeva che per lei sarebbe stata una giornata no e che doveva in qualche modo reagire: così ha tirato fuori dall’armadio la mamma e ha fatto debuttare in politica la figlia, trascinando entrambe in un remoto, gelido villaggio vicino a Des Moines e per meno di cento ascoltatori.
Barack era nervoso. La sua campagna elettorale per la Casa Bianca è a un punto cruciale e si apprestava a tirar fuori la meno convenzionale delle armi a sua disposizione: la regina della tv popolare, con molte promesse, ma anche con il rischio di diventare una comparsa sul palcoscenico.
Oprah era nervosa. «Mi sento - ha confessato subito - fuori dal mio elemento». Era il suo debutto elettorale: mai si era immischiata in politica. Ma si è ripresa in fretta, ha fatto uno speach efficace e mirato: sapeva benissimo chi doveva colpire per aiutare Obama, quella Hillary Clinton che agita così spesso l’arma della sua esperienza paragonandosi a un novellino. Ma l’esperienza, ha appassionatamente proclamato Oprah, non è sempre un bene, anzi. «Se continuiamo a rifar sempre le stesse cose avremo sempre gli stessi risultati. Dobbiamo osare quando si presenta l’occasione. Oggi l’occasione è l’Iowa e l’uomo è Barack Obama, un uomo politico che ha la lingua immersa nella verità». Lo diceva alla folla più densa dell’intera campagna elettorale americana, finora, non solo nell’Iowa. Di entusiasmo ne ha sollevato tanto, al punto che quando è venuto il suo momento sul palcoscenico Obama ha riconosciuto subito di non essere il protagonista. Ma nel confessarlo sorrideva.
Ed era giusto così: lui è solo un aspirante alla Casa Bianca. Lei è una gloria e un fenomeno nazionale. Nessuno ha tanti aficionados a un programma tutto suo e da tanti anni. L’Oprah Winfrey Show ha il rating più alto nella storia della televisione: 22 milioni di fedelissimi, per tre quarti donne. E un feeling inimitabile perché legatissimo alla persona. Dicono gli storici della tv che quando è di scena Oprah lo studio, e dunque i teleschermi, «diventa un confessionale» in cui la gente si racconta, rivela le proprie esperienze e soprattutto le proprie ossessioni. Il Wall Street Journal ha coniato addirittura una parola, oprahfication, che indica una «confessione pubblica come forma di terapia». Comprensibilmente a parlare di sé sono le persone in qualche modo eccentriche e la «sacerdotessa Oprah» è considerata, esaltata, criticata per aver dato voce in particolare alle «identità alternative soprattutto sessuali». È stata lei, dicono, a rompere «i tabù del Ventesimo secolo» e a far entrare nel mainstream gli omosessuali, le lesbiche, i transessuali e i transgender.
L’ha aiutata in questo anche la sua storia personale. Oprah è partita male nella vita, mezzo secolo fa: figlia di due teen-agers di pelle nera nel Mississippi, un minatore e una cameriera, allevata dalla nonna in un ghetto di Milwakee, stuprata a 9 anni (una delle sue iniziative di donna famosa è stata la compilazione di una «lista nera di predatori di bambini»), ragazza-madre a 14 (e il bambino morì), con un fratellastro gay che è morto di Aids, con un’esperienza personale con il crack passati i vent’anni, problemi più recenti di obesità (arrivò a pesare 108 chili) che psicologicamente potevano relegarla in un altro ghetto. Con un background così (assieme alla fama e alla ricchezza di oggi) Oprah può essere un prezioso alleato di Barack Obama. Può «coprirlo» dall’altra accusa che gli si fa, oltre all’inesperienza: quella di non essere veramente un «uomo nero», ma soltanto un bianco dalla pelle scura. Ma Oprah no: ha fatto perfino contare nel proprio Dna i suoi geni, che risultano all’«89 per cento dell’Africa subsahariana». Molti dei suoi fratelli neri sono tentati dal preferire Hillary al «signorino» Barack. Con l’aiuto di Oprah egli potrà cambiare immagine. Alla fine del comizio congiunto di Des Moins, uno spettatore particolarmente entusiasta ha assimilato Oprah a «Giovanni Battista, che apre la strada all’avvento di Obama».