La regina delle preferenze che non vuole più vedere i bambini portati in corteo

Maria Burani Procaccini, terza parlamentare più votata d’Italia e scrittrice, è la presidente azzurra della Commissione per l’infanzia

Atmosfera festante alla Commissione parlamentare per l’Infanzia. Il sottoscritto è appena giunto per intervistare la presidente, Maria Burani Procaccini. Seguirà una delegazione Usa che ha varcato i mari per uno scambio di idee sull’infanzia con la medesima MBP. L’ambita deputatessa di Fi, una biondina al pepe sui 60, si moltiplica. Fa le feste al giornalista presente e intanto organizza l’accoglienza agli ospiti che verranno. Lo staff corre, arrivano bibite. La signora, madre di tre figli, dispone da casalinga il buffet, dà uno sguardo soddisfatto ed è tutta per me. Entriamo nello studio affiancati dal giovane portavoce, Mario Campanella, e da una deliziosa funzionaria a sua volta madre di tre frugoletti. Tra figli, gioventù e vivacità generale, l’infanzia si tocca con mano.
«Guida questa commissione per vocazione?», chiedo.
«Macché. Come terzo parlamentare più votato d’Italia, pensavo di entrare nel governo. Bloccata invece da tresche di partito. La presidenza è una compensazione», dice allegra e senza rancore la signora. Indossa un vaporoso golfino della nonna, ricamato con roselline azzurre. Lo sterno è ingentilito da un ciondolo ovale con dama ottocentesca che orna un’imponente collana. Gioiellini sparsi, evocano il buon tempo antico. Pantaloni e calze a rete rispecchiano il secolo nostro.
«Lei è autrice di libri», dico.
«È la mia vocazione», dice, gli occhiali tenuti da una catenella, alla Bertinotti.
«Avrà suscitato la curiosità dei suoi colleghi», osservo.
«In Parlamento, se hai la licenza media o sei Einstein, è lo stesso. Li ha solo eccitati che fossi supervotata».
«È ingiusta. Andreotti ha fatto sperticati elogi al suo libro su Celestino V, il papa che abdicò».
«Mi ha commosso. Andreotti è un fine scrittore. Il libro l’ho dato a tutti. Lui è l’unico che l’abbia letto, a riprova di quello che dicevo».
«Cosa l’attirava nel papa dimissionario?».
«La modernità. Accettò la tiara pensandosi utile alla Chiesa. La lasciò appena capì che non era libero di fare. Una lezione attuale: tieni il potere se lo puoi esercitare, se no ti massacra».
«Se Prodi o Berlusconi facessero celestinianamente un passo indietro?», stuzzico.
«La politica va abbandonata quando ti logora l’anima. Se Prodi e Berlusconi ritengono di essere ancora necessari, ben venga. Ma devono chiedersi ogni giorno: quanto siamo necessari?».
«Lei rastrella voti cattolici a Terracina e dintorni. I suoi fan sono preti e suorine?».
«E tanti elettori normali. Sono schietta, vado in bici, non ho scheletri nell’armadio, sono sempre a loro disposizione se vogliono sfogarsi. Seguo il detto dei parlamentari inglesi: sii presente nel giorno del pianto sulle spalle».
«Cos’era prima di militare in Fi?».
«Ho votato tutto l’attuale centrodestra. An, per rispetto di papà. Pli, per rispetto a mio marito. Dc, seguendo il mio istinto».
«Perché ha scelto Fi, anziché l’Udc, erede della Dc?».
«Sono una cattolica liberale e in Fi ho piena libertà. Tuttavia, il partito è dominato da piccole correnti radicali-laiciste e i cattolici sono sottovalutati».
«Radical laicisti?».
«Persone come Taradash che stimo moltissimo, ma ha altre idee. Ricordo il disagio col primo presidente del gruppo, l’avvocato Della Valle, difensore di Enzo Tortora. Mi trovo invece benissimo con Pisanu, Scajola, Dell’Utri, cioè liberali profondamente cattolici. Come me».
«È un tipetto esigente», constato.
«Se Fi dovesse prendere una piega radicaloide, sono pronta a rimettere il mandato e ad andarmene. Lo ho anche detto a Berlusconi che ha risposto: “Stai tranquilla”».
«Sono proprio i cattolici dell’Udc a dare più addosso al Cav».
«I cattolici dell’Udc si sentono emarginati. Ma lo sono anche quelli di Fi. Per non apparire confessionale, Fi è spesso libertaria. Dimentica che se il libertari del partito sono un dieci per cento, i cattolici sono il 90».
«Per taluni dell’Udc, è come se il Cav incarnasse il diavolo».
«Mi addolora. Berlusconi avrà anche un istinto protagonista, tipico dell’imprenditore, ma è molto buono. Anche troppo: sopporta cose che io non sopporterei».
«Follini è radicale: lo detesta».
«Quello di Follini non è radicalismo cattolico, ma umano. Io non sopporto il radicalismo in nessuna forma. I cattolici sono per il dialogo. Mai sprezzanti».
«Di Casini si fida?».
«Sì, lo conosco bene. È leale, aperto, racconta la sua vita. A me ha detto: “Chi è così cretino da negare che dobbiamo tutto a Berlusconi?”. Un vero cristiano».
«Lei è una casiniana in sonno», constato.
«Casini è un gran presidente della Camera. Berlusconi, un leader che cavalca la Storia. Se tra i due ci fosse autentica simbiosi, la Cdl diventerebbe la casa per tutti. Però Berlusconi dia più voce ai cattolici». Un trambusto annuncia l’arrivo degli yankee. La segretaria si affaccia agitata. «Che si fa?», chiede con gli occhi. La presidente mi gira con gli occhi la domanda. Con gli occhi telegrafo: «Diamoci sotto».
Lei ha detto: «I bambini hanno una sacralità inviolabile». Retorica?
«No. Hanno l’idea innata del bello, del colore, dell’affetto. Chi ha fede pensa al bene comune, cominciando dagli indifesi. E chi più indifeso di ’sti ragazzini? Madri distratte che li rimpinzano per tenerli buoni e li fanno obesi o disgraziate che li mandano per strada».
Quand’è che noi, bambini cresciuti, perdiamo la «sacralità»?
«Gradatamente, nell’adolescenza. Ma nella giusta famiglia, la sacralità si trasforma in valori che restano per la vita».
Ha proposto il divieto di portare bambini a dimostrazioni di piazza.
«Una provocazione. Passi se la manifestazione è “per” la pace, la libertà o altro. Se invece è “contro”, il bambino assimila odio. Nelle sfilate anti Moratti, gli striscioni erano attaccati sulle carrozzine».
Le manifestazioni «per» sono sempre «contro».
«Infatti, meglio lasciarli in casa. Magari a guardare una tv adatta. Ho proposto Tg per adolescenti, commentati da bambini presi nelle diverse scuole».
Per queste iniziative, «l’Unità» l’ha soprannominata Rottermayer, l’oppressiva istitutrice di Heidi e assonante con Rottweiler, cane feroce.
«Non me ne può importare di meno. Se mi chiamano cane pastore dei bimbi, ci sto. Quelli di sinistra non hanno mai imparato a sorridere. Al di là della melassa buonista, non sanno cosa sia la bontà».
Ce l’ha col turismo sessuale, la pedofilia. Vede nero sull’infanzia?
«Al contrario, si sono fatti passi da gigante. Madri e padri sono oggi davvero intercambiabili come era impensabile anni fa. I bambini hanno acquistato senso dell’ironia. È tutto molto meglio che in passato».
Sul lavoro infantile diffuso in Calabria, lei ha scritto a Loiero, presidente ppi della Regione, offrendogli collaborazione. Ha risposto?
«Non mi ha dato retta. Forse dico cose troppo normali e non sono interessante», dice ridendo. «Non è Platinette», osserva il portavoce Campanella, rompendo il silenzio. «Giusto - ribatte la signora -. Platinette, uomo sensatissimo, che per sfondare, poveraccio, si è dovuto vestire da donna. La società ha bisogno di stranezze per aprire le porte».
È diventata la bestia nera della sinistra anche per la sua proposta di riforma della legge manicomiale 180.
«Un foro no global di psichiatri ha suggerito di spararmi addosso. Sulla 180, chi tocca i fili muore. L’incrostazione tra ideologia e interessi è micidiale. Mi hanno perfino accusata di possedere cliniche, io che non sono medico».
Il Cav l’ha mai incoraggiata nelle sue crociate?
«È attorniato da un gruppo che gli fa da barriera. Una sola volta sono riuscita a starci a tu per tu. Dagli appunti che prendeva, ho visto che mi stimava profondamente. Poi, è ricaduto nella rete».
Come ha conosciuto il Cav?
«Alla prima riunione tra parlamentari, dopo le elezioni del ’94. Pensavo che avremmo concordato insieme il da farsi. Invece, decidevano tutto quattro gatti. Ho preso la parola e ho detto a Berlusconi: “Sa chi è Maria Burani Procaccini?”. “Chi è?”, ha sussurrato lui a Dotti. “È lei”. Il Cav ha riso e mi ha detto: “Non ti scorderò più”».
Suo marito è magistrato, categoria di cui il Cav diffida. Glielo ha mai presentato?
«Mio marito è tra i fondatori della corrente moderata di Mi. Si sono visti a una cena di Fi. Berlusconi si è avvicinato e gli ha chiesto: “Come fa a sopportarla?”. “Grazie a lei: me la toglie per quattro giorni alla settimana. Meglio ancora se la facesse ministro”».
Che pensa del Cav?
«Carisma indubbio. Intuizioni folgoranti. La persona più affettuosa e meno snob che conosca».
I principali errori del governo?
«Non avere cambiato a metà legislatura ministri e sottosegretari immeritevoli».
Lei è per le quote rosa?
«Ne diffido. La campagna è stata condotta malissimo. Andava fatta all’interno dei partiti, sensibilizzandoli. Non con legge».
Fi trascura le donne?
«Vede donne ai vertici di Fi?»
La Prestigiacomo?
«Un po’ prima della classe. Le do un consiglio: non insegua mai la sinistra sul suo terreno».
Che pensa di Prodi?
«Gli parlai di un grave problema umano: le adozioni. Mi ascoltò e rispose a occhi chiusi, con sufficienza. Cattolico solo in tv. Vorrei che di questo si occupassero tanti parroci».
Se vincesse lui?
«Ipocrisia dominante e regresso spaventoso».