La regina di Scozia dopo 37 anni sul trono della Scala

L’opera di Donizetti da domani fino al 7 febbraio sul palcoscenico dove aveva debuttato nel 1835

Se la regina di Scozia Mary Stuart torna sulla scena scaligera dopo 37 anni di assenza un motivo ci deve essere. Il primo è senza dubbio la difficoltà vocale che coinvolge entrambe le protagoniste, Maria Stuarda regina di Scozia e Elisabetta regina di Inghilterra nei registri di soprano primo e secondo. La seconda i dubbi su un'edizione critica che c’è, la Ricordi curata da Anders Wiklund nel 1991, ma con molti risaputi e inevitabili ad libitum. Si tratta infatti di un mix tra la partitura napoletana tanto stratificata di correzioni da risultare quasi illeggibile e una parziale riduzione per canto e piano. L'intera vita dell'opera è del resto disseminata di contrarietà: bisticci tra primedonne, censure, rifacimenti, scambi di libretti, sensi di colpa... Tante che pur considerandosi la Stuarda un gioiello della corona melodrammatica del primo Ottocento, lo stesso Donizetti si stanca dei dissapori e lascia l'opera mille volte rimaneggiata sostanzialmente incompiuta. La tragedia lirica è tratta dall'omonimo dramma di Schiller (traduzione Andrea Maffei) del quale conserva la scena madre dello scontro Elisabetta-Maria, cuore del finale primo e momento di convergenza drammatica dell'intero lavoro. Il libretto è affidato alla vena del diciassettenne Giuseppe Bardari, studente in legge. Assieme al musicista si vedrà costretto ad una serie infinita di rimaneggiamenti. Il debutto non avviene. O meglio in quel di Napoli per il cui San Carlo Donizetti scrive la nuova opera, l'iter di Maria Stuarda si ferma alla generale e all'epica zuffa tra le due protagoniste a suon di maleparole.
Quindi la musica è adattata ai guelfi e ai ghibellini del Buondelmonte e va in scena il 18 ottobre 1834. La prima come Maria Stuarda avviene alla Scala il 30 dicembre 1835. Maria Malibran, divina, timbro e estensione da mezzosoprano e 24 anni di bellezza e fama, s'innamora dello spartito, fa il diavolo a quattro, scrive all'impresario di essere addirittura stata a Londra «a Wensminster abby» per studiare i costumi di Maria e di Elisabetta. Insomma vuole Maria Stuarda. Donizetti, cui è ben noto il vezzo della cantante (e dei tempi) di apportare varianti imprevedibili e determinanti, le riscrive la parte a sua immagine e somiglianza. Nell'ambito di Prima delle prime (Amici della Scala) il musicologo Philip Gossett ha proposto al piano gustosi esempi di malibraneschi fai da te. La cantante poi, non paga, si ostinava nel restituire al libretto tutte quelle espressioni che la censura aveva imposto di eliminare. Del genere, Maria a Elisabetta: figlia impura, meretrice, vil bastarda. Insomma dopo sei recite stop anche a Milano. Tuttavia una ripresa postuma del 1865 sta alla base di edizioni e incisioni che nel Novecento segnano la Donizetti-Renaissance: da Bergamo (1958) a Firenze, con Leyla Gencer e Shirley Verrett (1967), ai teatri del mondo. Il libretto riassume intrighi personali e politici, la ragion di stato e di cuore che dividono le due donne portando Anna al patibolo. La scrittura vocale è realizzata in modo da sbalzare la due protagoniste e, dopo lo scontro finale che precede la morte della Stuarda, far sbiadire persino la figura di Elisabetta. Da cui una Stuarda che giganteggia, prega, perdona, e, tutta nera con corona regale, s'avvia al patibolo. Ma non senza esservi accompagnata dal nobile Roberto di Leicester, concupito da entrambe le eroine. Sennò che melodramma sarebbe? Carattere della vocalità di Elisabetta una regale fermezza. Più nervoso e poggiato sul registro centrale il ruolo di Anna. Anna Bolena, eterno work in progress, lascia comunque molto spazio alle scelte degli interpreti. Che (dal 15) sono stellari. Il soprano Mariella Devia, sinonimo di Lucia di Lammermoor, una parte appena abbandonata per usura, è Maria. Il grande soprano (nonchè mezzosoprano, ma le distinzioni manichee d'oggi all'epoca non esistevano) Anna Caterina Antonacci, Elisabetta accanto a Maria Pia Piscitelli. Roberto di Leicester è Francesco Meli. Regia, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi ruotano attorno all'idea di prigione. Per la regina d'Inghilterra prigioniera di se stessa e per la regina di Scozia prigioniera dell'Inghilterra. Sul podio il giovane messinese Antonino Fogliani, visto di recente nel Socrate Immaginario. Orchestra e coro del teatro. L'ultima Maria Stuarda scaligera era stata quella del '71 con Shirley Verrett e Montserrat Caballé. La penultima, e prima, quella a tutta Malibran del 1835.