Regionali, nel Pd è tutti contro tutti

Il 2010 è lì, appena a due giorni di cammino. Dicono, sussurrano, sostengono che questo sarà l’anno delle riforme. Servono. Sono urgenti. È già passato tanto, troppo, tempo. È dal 1993 che se ne parla, da quando è caduta la prima Repubblica. Il clima dopo l’aggressione è cambiato e le colombe svolazzano nel cielo. È difficile trovare un’intesa: la questione giustizia è un macigno, la Costituzione sembra una sorta di tabernacolo che al solo sfiorarla si rischia il sacrilegio. Le riforme in Italia sono quasi un miracolo. Sempre. Il Cavaliere, però, ci scommette il futuro. Deve trovare un interlocutore, qualcuno dall’altra parte con cui sottoscrivere un patto. Il guaio è che non c’è.
Bersani ha problemi persino a immaginare un governatore. Le regionali del prossimo marzo più che un banco di prova, sembrano un crash test: mettono in mostra tutte le crepe del partito e soprattutto in alcune regioni chiave il centrosinistra è sull’orlo di una crisi di nervi. Tutti contro tutti, persino all’interno delle singole correnti, per non dire del rapporto con gli «alleati» dell’Idv e con partiti e cespugli di sinistra. Il risultato è il rischio concreto di perdere non solo caselle importanti nei governi locali, ma anche la faccia.
L’ultimo caso a esplodere è quello pugliese. Per strizzar l’occhio all’Udc di Casini, il Pd nel tacco d’Italia aveva puntato sull’ambizioso sindaco di Bari, Michele Emiliano, eletto appena sei mesi fa e «primo sponsor» dell’autocandidatura di Nichi Vendola fino a pochissimo tempo fa. L’investitura, gradita anche dall’Idv, doveva arrivare lunedì dall’assemblea regionale del Partito Democratico, ma alcuni militanti vendoliani, e alcuni frondisti del Pd, hanno fatto saltare la riunione urlando slogan e fischiando. L’esito di equilibri così fragili è quello che nessuno, tantomeno Emiliano, si augurava: il nome del candidato uscirà dalle primarie che si terranno a gennaio. Data ballerina: Emiliano vorrebbe fossero dopo il 20. Vendola prima. Lo spartiacque è il 19, giorno in cui il consiglio regionale discuterà una modifica alla legge elettorale, nota come «Lodo Emiliano» che consentirebbe al sindaco di candidarsi senza dimettersi. Manco a dirlo, Nichi sul punto promette battaglia. L’unico effetto, al momento, è di aver alimentato un gran caos, mettendo l’uno contro l’altro i due «big» locali del centrosinistra pugliese: il sindaco e il governatore. E intanto in molti pronosticano che l’Udc, in questo scacchiere, scelga di allearsi con il centrodestra.
Non va molto meglio nel Lazio, dove il Pd deve scegliere il candidato alla successione di Piero Marrazzo, dimissionario in seguito alla storiaccia del presunto videoricatto con trans e carabinieri. Mentre il Pdl ha già scelto di far correre il segretario dell’Ugl Renata Polverini, il partito di Bersani puntava, come in Puglia, su un cavallo vincente: il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, un nome che avrebbe avuto il placet dell’Udc. Ma Zingaretti ha declinato l’invito, l’Udc flirta con la Polverini, l’Idv ipotizza una candidatura del ticket Pedica-Serracchiani senza nemmeno avvertire quest’ultima, e poi incontra in una riunione la Federazione della sinistra. Respinti al mittente anche gli abboccamenti con Rosy Bindi ed Enrico Garbarra, resta in piedi la «non candidatura» di Esterino Montino, vice di Marrazzo rimasto al timone della Regione.
Questo è lo specchio del Pd. L’Italia sta scoprendo che per fare le riforme serve un’opposizione con le idee chiare, un’identità e una leadership. Questa sinistra è invece un condominio di piccoli dispetti, veti, litigi, vecchi rancori, ognuno a difendere il balconcino, il loft in liquidazione, i rancori del sottoscala. La maggioranza, per condividere, per sedersi a un tavolo, deve prima trovare qualcuno con cui parlare. Ci sta provando con D’Alema e Bersani. Ma quanto vale la loro firma? I due, se davvero vogliono il dialogo, devono sconfiggere il «partito del Caimano». Definizione che arriva da Front Page, il webmagazine di Rondolino e Velardi. Sì, proprio loro, i due vecchi consiglieri di D’Alema a Palazzo Chigi. Nel partito del Caimano ci sono tutti quelli che parlano di «resistenza» e di Cln. «È il partito di Repubblica - scrive Front Page -. Ed è assai ramificato, i suoi esponenti sono noti a tutti: Travaglio e il Fatto, il popolo viola, quel che resta dei girotondi e del popolo dei fax, Di Pietro e il suo partito azienda, i pasdaran della Margherita». È da un po’ di tempo il partito di Veltroni, che dopo la fuga dalla segreteria sembra perseguire un solo obiettivo politico: boicottare in ogni modo il suo amico Massimo.
Questo è il dilemma del Berlusconi riformatore. Ok, riforme condivise. Ma con chi?