La Regione dice «no» al precariato ma nei suoi uffici tanti «part-time»

Sabrina La Stella

La Regione lancia l’allarme occupazione nel Lazio. In costante calo il posto di lavoro fisso delle persone appartenenti a tutte le fasce d'età. Il 2005 ha registrato infatti una difficoltà nella fase d’ingresso sia tra i più giovani, compresi tra i 15 e i 24 anni (-6mila) che per i diplomati e laureati (-20 mila occupati). La situazione non si presenta migliore per i trentenni (-25 mila). Questa l’elaborazione dei dati Istat commentati di recente da Alessandra Tibaldi, assessore al Lavoro della Regione, secondo cui la palma del precariato va alla città eterna: «Roma è una delle capitali più precarie d’Europa - ha detto. - Co.co.pro e interinali sono le formule maggiormente adottate nel 2005». Secondo il monitoraggio sul mercato del lavoro nell’ultimo anno, due terzi dei neo-occupati (305mila unità in tutto il Lazio) hanno siglato contratti atipici o hanno aperto attività autonome. Secondo l’assessore, la disoccupazione non è da mettere in relazione alla scarsità di occasioni di lavoro, quanto «alla difficoltà da parte di alcune sacche della popolazione nel cogliere occasioni che il mercato comunque offre». E, per combatterla, la giunta regionale intende partire proprio dalla regolarizzazione dei precari dell’amministrazione, con una delibera «destinata - ha spiegato Tibaldi - a stabilizzare i parasubordinati, gli interinali e i lavoratori socialmente utili». Purtroppo, a tutt’oggi, questa previsione normativa non ha ancora trovato attuazione. Alcune centinaia di precari di via Rosa Raimondi Garibaldi hanno ottenuto una proroga di un mese rispetto alla scadenza prevista per fine marzo. Alle innumerevoli difficoltà dei precari del Lazio si aggiungono quelle relative alla cassa integrazione ordinaria e straordinaria. Oltre che agli iscritti ai centri per l’impiego (circa 650mila persone). In risposta alla disoccupazione, l’assessorato al Lavoro ha già annunciato di voler promuovere l’erogazione di una somma integrativa del reddito per chi non ce la fa ad arrivare a fine mese. Ma nel frattempo, promuove il part-time di sole tre ore giornaliere all’interno dei propri uffici, dove il personale, di età compresa tra i 25 e i 40, lavora in realtà full time. Nell’ultimo anno, una decina di persone ha firmato un impegno lavorativo a sostegno dell’assessorato, per un totale di 18 ore settimanali (dalle 9 di mattina alle 12.36) e con scadenza coincidente con la fine del mandato politico. Ma nella realtà, tutti, nessuno escluso, si prestano a orari di lavoro estremamente elastici, rimanendo alla scrivania - secondo quanto risulta dalla timbratura del cartellino - anche per otto ore giornaliere. «Un lavoro estremamente frustrante, nel mio caso», ha raccontato Anna Maria Marchitti, dipendente regionale da vent’anni, attualmente inserita nell’organico della segreteria politica dell’assessorato. «Ai contrattisti part-time viene delegato il grosso del lavoro. Mentre ai dipendenti di lungo corso come me non resta che far scorrere inutilmente la giornata. Non un incarico, né una telefonata, da parte del personale dirigenziale. E men che meno dall’esterno. Al punto che sono stata costretta di recente a presentare una richiesta di trasferimento. Perderò così qualche centinaio di euro di indennità sullo stipendio - racconta Anna Maria - ma ne guadagno in salute».