Regione ostaggio degli anti-caccia «fondamentalisti»

Claudio Pompei

Da qualche giorno l’assessore regionale all’Agricoltura Daniela Valentini è alle prese con la spinosa questione del calendario venatorio che, come è noto, ha scatenato perfino le proteste delle associazioni più vicine al centrosinistra. Ha già tenuto una serie di incontri con le parti in causa. Al termine di ogni confronto, immancabilmente, vengono diffusi comunicati stampa nei quali si parla di «intese», «accordi», «convergenze», «giudizi positivi» ma poi, stranamente, vengono fuori critiche e proteste di ogni genere. Cerchiamo di capire perché.
In ballo non c’è tanto il divieto di caccia alla starna o la riduzione dei periodi per il prelievo venatorio alla lepre o alla volpe. Qui siamo di fronte a una questione più generale, di principio. I verdi, dopo essersi visti scippare la delega sulla caccia - trasferita dall’Ambiente all’Agricoltura - hanno cominciato a esercitare pressioni di ogni genere, a cominciare dalla presidenza della Regione e, forse invocando una sorta di «risarcimento», hanno ottenuto come primo risultato i divieti e le limitazioni che hanno fatto infuriare i cacciatori del Lazio. Il loro vero obiettivo, però, non è tanto quello di riuscire a conciliare l’attività venatoria con la salvaguardia del patrimonio ambientale e faunistico (come continua a ripetere l’assessore Valentini), ma quello di avviare una politica che conduca a una progressiva abolizione della caccia. Da questo punto di vista, infatti, i verdi sono dei veri e propri fondamentalisti. Essi non accetteranno mai che si possa andare a caccia, neanche se il periodo fosse ridotto a una settimana l’anno e magari solo con l’uso dell’arco. Non è, purtroppo, una semplice asserzione di principio: ci sono fatti precisi e circostanziati che dimostrano il «fondamentalismo» anticaccia di questi pseudo-ambientalisti. Nei mesi che precedettero l’approvazione dell’ultima riforma, la legge 157 del ’92, i verdi parteciparono alle lunghe trattative con le altre forze politiche per giungere a una legge quadro che soddisfacesse le esigenze di tutti, modificando l’attività venatoria per renderla compatibile con la mutata situazione ambientale del nostro Paese. Una volta raggiunto il difficile accordo (che costò sacrifici e rinunce a tutti e abolì, per esempio, il nomadismo venatorio, legando sempre di più i cacciatori al territorio, istituendo gli ambiti territoriali di caccia e recependo numerose direttive europee), però, i verdi fecero marcia indietro: contravvenendo ai patti stipulati con alcune associazioni venatorie e con i partiti di sinistra, alla Camera votarono contro il provvedimento. Per loro non si tratta di stabilire «come» e «quando» esercitare la caccia: vogliono semplicemente abolirla. E non demordono, dimostrando, peraltro, uno strano concetto della democrazia partecipativa. Basti pensare che negli ultimi anni hanno promosso due referendum nazionali e dieci regionali per abolire la caccia: tutte e dodici le consultazioni - ahiloro! - si sono concluse con lo stesso risultato.(...)