Regista e scrittore Una vita milanese «a tempo pieno»

Nel 1959 lasciò Roma Domani una giornata di studi dedicata agli anni vissuti in città

La sua immagine è quasi un'icona del Novecento. Occhiali, folti baffi bianchi, e quel sigaro perennemente stretto tra le labbra fanno di Mario Soldati una delle figure più note della letteratura italiana.
Dopo aver esordito giovanissimo e aver raggiunto una certa notorietà pubblicando presso Longanesi e poi presso Garzanti, si apre per Soldati la ricca stagione cinematografica, quando dirige ben trenta film tra gli anni Trenta e Cinquanta.
Nel 1959, però, lo scrittore lascia Roma e si trasferisce a Milano. Contemporaneamente, passa da Garzanti a Mondadori, l'editore a cui resterà legato per più di vent'anni. Inizia così uno dei periodi più intensi della produzione letteraria di Soldati che da quel momento, per sua esplicita dichiarazione, vuole dedicarsi alla scrittura «a tempo pieno».
Ai rapporti del narratore con Milano è dedicata una giornata di studi che si terrà domani nella sala Napoleonica di Palazzo Greppi. Nel corso della giornata, verranno indagati i vari aspetti della sua vita artistica: la scrittura dei romanzi di maggiore successo, l'attività di regista e di osservatore del mondo cinematografico, il teatro, il giornalismo, e anche la televisione, quel mezzo che si era da pochi anni proposto al pubblico italiano, ma che già ne condizionava gli umori e anche i pensieri. Poliedrico, curioso di ogni sperimentazione, «personaggio» ai limiti del narcisismo, Soldati non ha trascurato nessuna via espressiva né comunicativa. In occasione del convegno, la Fondazione Mondadori ha pubblicato il volume Scrivere a tempo pieno. Mario Soldati autore Mondadori, a cura di Bruno Falcetto, in cui il rapporto con la casa editrice è ripercorso attraverso i documenti conservati negli archivi editoriali.
La memoria gioca a volte brutti scherzi: i ricordi nel tempo si sovrappongono, si appannano, si idealizzano. La ricostruzione di fatti e vicende prende invece una prospettiva diversa se si basa su documenti scritti, sempre fedeli per definizione al momento della stesura. È soprattutto dalle lettere che si delinea il rapporto di Soldati con Arnoldo Mondadori e con i funzionari della casa. Con il presidente, in particolare, si instaura un legame di fiducia e di stima reciproche, che non vengono meno neppure nei momenti più difficili della collaborazione, quando Soldati, come sempre oberato da mille nuove iniziative, sembra non tenere fede agli impegni e ai tempi concordati. Ma il fiuto di Arnoldo non sbaglia, e il successo che Soldati riscuote a partire da I racconti del maresciallo (1968) in poi ripaga ampiamente (anche dal punto di vista economico) le attese mondadoriane.
Scrittore elegante, arguto, con uno stile pieno, personale e sempre leggibile, Soldati è stato anche un abilissimo promotore di se stesso che ha saputo cogliere da subito l'importanza della pubblicità e del mezzo televisivo come strumenti di divulgazione letteraria. L'attenzione prestata dallo scrittore all'aspetto esteriore del volume (collana, copertina, risvolti) è solo uno degli indizi che rivelano il suo interesse comunicativo. Soldati ottiene da contratto che l'editore si impegni «a sottoporre preventivamente all'Autore il programma pubblicitario» per le sue opere e sa avanzare lui stesso strategie di marketing vincenti. Ad esempio è lui a proporre la pubblicazione proprio dei Racconti del maresciallo a ridosso della serie televisiva (in cui, fedele al testo scritto, compare lo stesso Soldati - già noto al pubblico televisivo - che dialoga con Turi Ferro, nei panni del maresciallo Reynaud), scelta che diede un grandissimo impulso di vendite. È stato invece un felice suggerimento di Niccolò Gallo quello di affiancare illustrazioni di Mino Maccari alle Canzonette pubblicate nel 1962. Infine la propria consapevole assunzione a personaggio già dalle sue prime apparizioni televisive: in maniche di camicia, coppola e bretelle. Lo ricordiamo nei suoi incontri con la gente nel Viaggio nella valle del Po, del 1957, e nel famosissimo Chi legge?, 1960, in cui ripercorrendo a ritroso il cammino dei Mille, intervista i passanti sulle loro abitudini di lettura, per scoprire drammaticamente che in quegli anni ancora un terzo degli italiani era analfabeta... Un'immagine che è rimasta nel tempo uguale a se stessa: e mai dimenticata.