Un regista di gran fascino tra debiti e capolavori

Allo Spazio Oberdan omaggio al grande cineasta a trent’anni dalla scomparsa: da «Paisà» a «Roma città aperta»

L’enfasi si sposa bene alle commemorazioni. Così la rassegna di film di Roberto Rossellini (1906-1977) allo Spazio Oberdan, cominciata mercoledì scorso, s’intitola Più grande del cinema. Ma la promuove un’istituzione seria come la Cineteca italiana e merita attenzione. Del resto l’enfasi non stupisce: in Francia certi critici venerano Rossellini. E in Italia il suo biografo Maurizio Giammusso scrive: «Rossellini ha firmato alcuni film molto brutti, eppure il suo lavoro è più grande di quello dei suoi coetanei, Visconti e De Sica».
È dunque tenace il fascino esercitato da Rossellini: sentimentale sulle donne (Assia Noris, Anna Magnani, Ingrid Bergman...), ideologico sugli uomini, per i quali il suo girare film in economia significava girare in libertà. Mai nessuno che noti la vera costante rosselliniana: la sua lotta del sangue (d’artista) contro l’oro (di produttore) in epoca democratica continuava la lotta del sangue (di guerriero) contro l’oro (di banchiere) in epoca fascista, quando lui firmava La nave bianca, Un pilota ritorna e L’uomo dalla croce.
Agli inquisitori del dopoguerra statunitense la coerenza rosselliniana non sfuggiva. Essa non era la chiave migliore per esaltarlo. In certi ambienti non lo è nemmeno oggi. I cinefili si soffermano di solito su altro: magari sulla fotografia ipercontrastata tipica di Roma città aperta, tale non per scelta, ma perché la pellicola era scaduta. Oppure ricordano che «il neorealismo è il cinema delle linee orizzontali, contro le linee verticali del cinema fascista», come Lizzani, finendo con l’allineare un Rossellini sempre e solo rossellinista con l’estetica comunista. Eppure era fascista il vero padre del neorealismo, nonché tutore dell’esordio alla regia di Rossellini: Francesco De Robertis, che avrebbe aderito alla Repubblica sociale, mentre Rossellini - fra occupanti americani e ammiccanti signorine - girava Roma città aperta: primo ciak, il 17 gennaio 1945. Quante volte, verso il 25 aprile, la retorica tv ci ha mostrato la Magnani che ruzzola, falciata dal mitra di un tedesco? Però Roma città aperta ricalcava - mutatis mutandis - la fascistissima sceneggiatura di Asvero Gravelli del film rosselliniano precedente, L’uomo dalla croce, incluso nella rassegna dell’Oberdan, ma ora disponibile anche in dvd (Rhv).
Passato serenamente dall’inventare un’epopea anticomunista all’inventarne una comunista, salvo restare cristiano e morire democristiano, Rossellini dimostrava che la sua prima preoccupazione era fare film, non importa chi comandasse. E c’era bisogno di gente come lui nel dopoguerra, con un’industria dello spettacolo da rimettere in piedi. Pazienza, dunque, se in Rossellini l’artista conviveva col viveur, che considerava molesti i creditori e babbei i produttori. Ventenne, aveva già dilapidato una bella eredità e non certo per girare il primo film. E poi la proverbiale prodigalità di Rossellini piaceva tanto alle donne: le illudeva di essere uniche per lui. Piaceva meno agli uomini, specie a quelli che vedevano sfumare la propria retribuzione.
Rossellini aveva dovuto mettersi a lavorare senza averne voglia. Il talento era un dono, ma lo stimolo ad applicarlo veniva solo dai debiti e lui ne lasciò alla morte, dopo trenta tra film, episodi di film e film-tv. La meritoria rassegna milanese conferma che Rossellini resta il più prestigioso regista d’insuccesso e che, almeno per certa cinefilia, mantiene il primato che Giammusso gli dà sul suo collaboratore (e attore nell’Amore) Federico Fellini. Ma solo un «idem sentire» li univa: usavano entrambi le sceneggiature da zerbino e ritenevano un’opinione i termini contrattuali.