Il regista russo Mikhalkov: Mastroianni grande a teatro

Domani a Roma una lettura da Cechov del maestro che girò insieme all’attore italiano «Oci Ciornie»: «Anche sul palcoscenico era irraggiungibile»

Cinzia Romani

da Roma

Era un uomo. Era bello. Era dolce, Marcello Mastroianni, il poliedrico attore, che al solo nome evoca un mondo di divi e di talenti veri. A dieci anni dalla sua morte, avvenuta a Parigi nel 1996, l’associazione culturale Artisti riuniti, insieme con la Cineteca di Bologna, al Museo Biblioteca dell’Attore di Genova, all’Eti e al Teatro Valle, ha messo in piedi un omaggio articolato, che comprende una mostra fotografica (al Teatro Valle, da domani all’11 gennaio), un libro (edito dalla Cineteca bolognese) e una serata-evento (domani) con Nikita Mikhalkov, il regista amico dell’interprete di Fontana Liri, da lui diretto nel film Oci Ciornie. Il perno attorno al quale ruotano tanti affettuosi ricordi è l’attività teatrale del seducente Marcello nazionale, meno nota delle sue numerose cineapparizioni, ma proprio per questo da valorizzare,oggi, mentre in Italia il palcoscenico langue. «Due sono le vette del teatro italiano: Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman», esordisce Mikhalkov, artista moscovita classe 1945, che sta finendo di montare il suo ultimo lavoro, un remake de La giornata dei giurati di Sidney Lumet (ma il titolo definitivo suonerà 12, dal numero dei giurati, tra i quali lo stesso regista, anche attore, produttore e sceneggiatore). Ancora aitante, come ai tempi in cui Mastroianni, incontrandolo per la prima volta, a Parigi, vestito come uno zar, tra il colbacco di pelliccia e il mantello di panno lungo fino ai piedi, rimase piacevolmente colpito, Mikhalkov condensa il ricordo dell’amico in una frase: «Per un attore - mi confessò Marcello - il teatro è la verità, il pericolo. Quando si entra in scena e si vede il pubblico, si ha l’impressione d’arrivare in una casa dove c’è una festa, senza essere sicuri d’essere stati invitati». Diretto da Luchino Visconti, che, dal 1948 al 1956, lo volle in nove spettacoli, dopo averlo notato al Centro Universitario Teatrale di Roma e da Peter Brook, nell’allestimento parigino di Cin Cin; affiancato, sulle scena, da partner come Rina Morelli e Paolo Stoppa; al cimento in testi di Alfieri, Shakespeare, Cechov, Tennessee Williams, colui che fu mito del cinema europeo mostra, in retrospettiva, le sue corde più duttili.
«Esiste un legame tra Cechov, i miei film e Marcello: quella certa atmosfera sospesa, di quando, in mezzo all’erba, si scorge appena un sentiero», spiega il cineasta russo, che nel 1987 mise in scena al Teatro Argentina di Roma, proprio con Mastroianni, Partitura incompiuta per pianola meccanica. E Cechov, non a caso, fu l’autore prediletto dall’attore ciociaro, che nella soirée di domani, al Valle, rivivrà nelle proiezioni di alcuni filmati e spezzoni di film, o apparizioni televisive, in cui recita testi teatrali. A declamare, in scena, brani cechoviani, Mikhalkov stesso. «Marcello sentiva molto l’atmosfera ed era un attore indifeso, cioè privo di sovrastrutture. Capace di offendersi, come un bambino, aveva dei più piccoli una sua istintiva freschezza di recitazione», commenta Mikhalkov, che fino al primo ciak di Oci Ciornie considerò Mastroianni «star irraggiungibile».
E che la barbarie avanzi, tanto in Italia, avara di fondi per la cultura, quanto in Russia, dominata dai petro-zar, ne è prova la difficoltà incontrata dagli organizzatori di tale omaggio nel reperire il materiale utile ai vari allestimenti. «Anche da noi si afferma un ritmo di lavoro sempre più veloce, che non consente approfondimenti», concorda Mikhalkov, «tuttavia gli attori continuano a studiare secondo il metodo Stanislavskij, poi ripreso, negli Usa, da Lee Strasberg. In fin dei conti, sono tutti allievi di Anton Cechov», conclude il regista di Oblomov, che domani s’incontrerà di nuovo con l’amato sodale, per dedicargli brani da Cechov.