Ma il regista sceglie di raccontare la vendetta

Michele Anselmi

Lui, Spielberg, teorizza: «È la mia preghiera per la pace». Ma da destra, in patria, gli hanno risposto che Munich è «una ruminazione eccezionalmente antisemita sul terrorismo arabo e lo Stato d’Israele». Qui in Italia, invece, Il Foglio l’ha sponsorizzato preventivamente, dedicandogli pagine su pagine, salvo poi ritrarsi un po’ quando la critica Mariarosa Mancuso l’ha definito un documentario noioso.
Certo non era facile per il regista più famoso del mondo, ebreo e progressista, nonché fiero patriota, girare un film sull’attacco terrorista che nel 1972 sconvolse Monaco. Specie perché Spielberg non s’è limitato a ricostruire i tragici eventi che portarono al massacro della squadra olimpica israeliana a causa di una sciagurata iniziativa tedesca (altro che teste di cuoio...), preferendo concentrarsi sul dopo: sulla vendetta mirata affidata a una squadra del Mossad composta da cinque uomini scelti. Oddìo, scelti: nel vedere il film, lungo 165 minuti (in Italia a fine gennaio), ci si chiede se davvero il micidiale servizio segreto israeliano non avesse uomini migliori da mobilitare per dare la caccia agli undici superterroristi palestinesi indicati come gli organizzatori del blitz.
A vederla sullo schermo, la «sporca cinquina», capitanata dal mite e futuro padre Avner, non sembra infatti così chirurgica. Il bombarolo del gruppo, il belga Robert, sbaglia volentieri miscela e i suoi «giocattoli» esplosivi fanno cilecca; il sudafricano Steve ha la faccia da sadico, pure un po’ stronzo, e infatti gli fanno dire: «È il sangue ebreo l’unico che mi sta a cuore»; il tedesco Hans, bravo a falsificare i documenti, pare uscire da una puntata di Derrick; l’israeliano Carl, metodico e silenzioso, si fa irretire in una storia di sesso. Risultato: tre su cinque muoiono, e intanto, di esecuzione in esecuzione (la prima in una Roma che non è Roma), il caposquadra entra in crisi. Per la serie: staremo uccidendo le persone giuste? E soprattutto: tutto questo sangue ricadrà su di noi?
La frase chiave la pronuncia Golda Meir in abito da nonnina al quindicesimo minuto, quando scandisce: «Per ogni civiltà è necessario scendere a compromessi con i propri valori». Insomma, l’emergenza terrorista richiede misure eccezionali, che è poi quanto sostiene Bush. Non per niente, nell'ultima inquadratura, vediamo «ricostruite» al computer le Twin Towers, mentre Avner, ormai perseguitato dai fantasmi di Monaco anche quando fa l’amore con la moglie (davvero brutta la sequenza a montaggio incrociato), filosofeggia sul senso della vita con il capo Ephraim volato a New York per riarruolarlo.
Naturalmente Spielberg è Spielberg. Pure alle prese con una materia incandescente, irta di rischiosi riferimenti, incastona fulminanti momenti di cinema dentro una struttura che, partendo dal libro di George Jonas Vendetta, reinventa i personaggi in modo da renderli multidimensionali, problematici, pure un po’ melodrammatici. Inclusi i palestinesi, le cui motivazioni vengono riassunte da un militante dell’Olp con il quale Avner addirittura si confessa. «Noi facciamo molti figli, non abbiamo fretta e solleveremo il mondo arabo contro Israele», promette l’arabo, ed è inutile dire che l’arma demografica conta, eccome, da quelle parti. Tra una versione libanese di Black Magic Woman e un’affiche con la coppia Belmondo-Antonelli, l’aria del tempo viene evocata con la solita accuratezza; e però un senso di irrisolto, forse di inespresso, grava sul filmone politically correct che si districa tra dilemmi umani e logiche di Stato perlustrando il viso del protagonista Eric Bana, che fu incredibile Hulk verde di rabbia.