Il regno dell’anarchia e della corruzione

I poliziotti palestinesi segnano la fine del 2005 con un attacco incruento, ma significativo dell'anarchia che regna in Palestina, alla sede degli osservatori europei del valico con l'Egitto a Rafah, obbligandoli a rifugiarsi in Israele. È l'ultimo di una serie di violenze dirette contro l'autorità del presidente Abu Mazen e contro i membri della vecchia guardia di Al Fatah, paracadutati con la famiglia dalla Tunisia in Palestina al seguito di Arafat. Si tratta di circa 200 mila persone che vivono di un sistema di clientelismo da record anche per il Medio Oriente. Ad esempio il ministero dell'Educazione dispone di 12 direttori generali distribuiti per gruppi di famiglie con stipendio di 600 dollari al mese, automobile e telefono cellulare.
Attorno a questa corrotta amministrazione hanno proliferato bande e sottobande armate: Aquile rosse, Partito democratico di Liberazione Palestinese, Jihad Islamica, Fatah Tanzim (giovani di Al Fatah), scisso in gruppi locali come Tamzin Balata, Tamsim Askar etc, a cui si aggiungono molteplici servizi di sicurezza che Abu Mazen ha cercato invano di riunire. Il via all'anarchia lo ha dato l'otto settembre scorso l'assalto alla residenza del generale palestinese Moussa Arafat, cugino di Yasser, terminato con la sua uccisione, del figlio e della guardia, a poca distanza dalla villa del presidente palestinese che ha giurato di punire gli assalitori a tutt'oggi in libertà. Questa dimostrazione di impotente pusillanimità è stata un invito a trasformare uno stato di banditismo endemico in un aperto regolamento di conti mirante ad occupare spazi in vista delle elezioni previste in gennaio.
Al primo ministro Ahmed Qurei è stato impedito di parlare in pubblico. La prigione centrale di Gaza è stata attaccata, armi alla mano, dai familiari di un uomo arrestato dalla polizia. Sostenitori dei «giovani» di Al Fatah hanno assaltato l'ufficio centrale elettorale per garantirsi posti sicuri nella lista dei candidati; con metodi uguali hanno risposto i sostenitori della «vecchia guardia». Intanto Abu Mazen negoziava per telefono, con l'assenso di Israele, la fine della scissione del suo partito patteggiando con un detenuto eccellente, Barghuti, condannato a vita nelle carceri israeliane.
Tutto ciò mentre la Jihad Islamica si fa propaganda elettorale sparando missili contro Israele in violazione degli ordini di Abu Mazen e altre bande catturando stranieri - cooperatori, giornalisti, membri di Ong - per far soldi. E all’interno di Hamas (trionfante nelle elezioni amministrative), che continua ad osservare la tregua d'armi, i dirigenti parlano linguaggi diversi. Alcuni esaltano le dichiarazioni del presidente iraniano Ahmadinejad sulla necessità di distruggere Israele. Gli altri, in vista della possibilità di condividere il potere col partito di Abu Mazen, ventilano la possibilità di dialogo coi sionisti. In tutto questo caos Abu Mazen - scriveva ieri Dan Schueftan del Centro studi di Sicurezza nazionale dell'univertità di Haifa - diventa per Israele più «irrilevante» di quanto lo fosse l’Arafat degli ultimi tempi.