Il Regno è dis-Unito: Londra minaccia di farsi le sue tasse

Il sindaco Boris Johnson pensa a imposte per la capitale. Scazzottate tra indipendentisti e unionisti a Glasgow

«Ci stanno vendendo. Hanno intascato i nostri No e ora ci stanno vendendo agli inglesi. Dovevo immaginarlo, dovevo votare per l'indipendenza». Un sacchetto della spesa in mano, l'attesa alla fermata dell'autobus, alle spalle una grande nave gialla che fa capolino fra due edifici moderni. Siamo a Leith, zona portuale di Edimburgo, simbolo di una città che in mezzo secolo ha cambiato faccia come il resto della Scozia: ieri porto mercantile e cantiere dell'industria navale, oggi area turistica e sede di molti degli uffici governativi nati con la devolution del '98. Iain ha nome gaelico (per John) ma il 18 settembre ha messo la sua X perché il Regno resti Unito. È uno di quel 55% di scozzesi che hanno «vinto» il referendum e hanno bocciato l'indipendenza. Ma non si sente vincitore. A Londra, infatti, il premier David Cameron sta barattando la questione scozzese. Ha deciso che le trattative per concedere maggiori poteri al Parlamento e al governo di Edimburgo andranno di pari passo con quelle per sbloccare la «questione inglese», per concedere ai deputati esclusivamente english di votarsi anche loro le proprie leggi senza intrusioni esterne, cioè senza che i parlamentari scozzesi che siedono a Westminster possano decidere per loro. James, 56 anni, impiegato in una società di consegne, paladino pro-secessione, sa che ora è tutta un'altra storia: «Ieri Gordon Brown era al fianco dei Tory, tutti amici. Oggi a Londra sono di nuovo uno contro l'altro» dice con una smorfia in faccia dell'ex premier laburista, scozzese doc, che dopo essersi impegnato per il No, ora è al centro delle delicatissime trattative per il nuovo assetto costituzionale e ieri, vigilia del Congresso laburista di Manchester, è tornato protagonista esortando gli scozzesi a mettere da parte le ostilità e lavorare per una nazione unita.

«Prima del voto le grandi promesse sui nuovi poteri - insiste camminando a rilento il signor James - ma ora se Cameron non si mette d'accordo con i duri del suo partito, altro che maxi-devolution». Sarà forse per questo che a Glasgow, dove il Sì all'indipendenza è prevalso, nella notte di sabato, a urne abbondantemente chiuse, la tensione è salita e tra unionisti e indipendentisti ci sono stati scontri e sei arresti. E sarà per la stessa ragione che l'incertezza fa crescere il consenso per gli indipendentisti e la vice premier scozzese Nicola Sturgeon annuncia oltre quattromila nuove iscrizioni in sole 36 ore allo Scottish National Party.

Ma la partita ormai va ben al di là della Scozia. In gioco c'è una posta altissima: le elezioni generali la prossima primavera. Il voto scozzese ha risvegliato non solo l'orgoglio di Galles e Irlanda del Nord, anche loro a caccia di nuovi poteri, ma soprattutto quello dell'Inghilterra, dove qualcuno pensa addirittura – ma l'ipotesi sarebbe troppo costosa e troppo «burocratica» – alla nascita di un Parlamento locale inglese, magari nel Nord, al fianco di Westminster. Ora bisognerà ridistribuire il potere tenendo conto delle spinte «nazionaliste» ma soprattutto di un'altra questione, la più scottante: quella delle tasse. La Scozia potrebbe strappare il controllo totale sull'imposta sul reddito, praticamente il 40 per cento del denaro che spende. I Conservatori sono disposti a concedere anche una quota delle entrate sull'Iva. Ma ogni concessione agi scozzesi fa crescere la voglia di autonomia nel resto del Paese.

Sempre più voci si alzano per chiedere al governo centrale il controllo sui servizi pubblici, le scuole, la sanità. E dalla capitale, si alza quella più autorevole di Boris Johnson, che ha da poco annunciato la sua corsa, l'anno prossimo, per un seggio in Parlamento, anticamera della scalata a Downing Street. Per la sua Londra, il sindaco chiede poteri sull'imposta di bollo ( stamp duty ), sulla business rate , la tassa sui locali in cui si svolge un'attività commerciale, la council tax, l'imposta comunale sugli immobili e la land tax , l'imposta sul valore fondiario. «Tanta salsa all'oca quanto al papero» dice Johnson. A ciascuno il suo, insomma. Non solo gli scozzesi. Ora si svegliano anche le regioni e le città. Il leader laburista Miliband ha già avvertito i suoi: «Gli ultimi mesi sono stati spesi nel tentativo di tenere il Paese unito. I prossimi saranno su come cambiarlo».

Commenti

plaunad

Dom, 21/09/2014 - 09:52

Che mi dicono adesso i tanti con le fette di salame inglese sugli occhi che si esaltavano per la "civile, democratica e pacifica partecipazione al voto". Ovviamente la teppaglia che si é scatenata era tutta inglesazza, tanto per cambiare.

Ettore41

Dom, 21/09/2014 - 13:41

Non ho mai visto un articolo piu' sconclusionato e fuorviante di questo. Abito in Inghilterra ed ho seguito per tutta la note I risultati delle votazioni sull'indipendenza della Scozia. Tutti I politici intervistati di tutti I partiti presenti nel Regno Unito erano concordi nel dire che da quell momento la politica in UK sarebbe cambiata drasticamente. Tutti erano d'accordo nella creazione di uno Stato Federale tipo gli USA, da qui I vari parlamenti compreso quello inglese. Tutti erano d'accordo sulla necessita' di rivedere la distribuzione delle Tasse. Certo tutti erano d'accordo, tranne gli indipendentisti scozzesi che l'agenda per le "Riforme" non poteva essere dettata da chi aveva perso. Il che mi sembra naturale e logico. Chi legge questo articolo invece ha l'impressione che ci sia un caos tremendo, nulla di piu' sbagliato. Ci sono anche moltissimi errori. Ad esempio la tassa comunale sugli immobili e' proprio la Council Tax che include anche la Tassa sui Rifiuti. No sono due diverse Tasse come viene scritto nell'articolo. Scrivere va bene ma documentandosi.