Regole assurde e luoghi comuni: ecco chi sono gli «euroburocrati»

I funzionari si difendono: applichiamo le norme varate dalla Commissione. E i capi di Stato vengono ogni sei mesi

Alessandro M. Caprettini

da Bruxelles

L oro, poveracci, si difendono: «Non facciamo che applicare le norme che l’Europarlamento o la Commissione ci trasmettono». Rifiutano di farsi inquadrare al centro del mirino, protestano contro chi li dipinge come gli insensibili kapò dello Stalag Ue, ma da domenica scorsa molti li considerano i capri espiatori del «tracollo francese».
Euroburocrati. Un esercito ormai sterminato e di fatto - in assenza di referenti politici stabili - unici macchinisti del convoglio a 25. «Abbiamo le mani legate dall’euroburocrazia!» si è lagnato a più riprese Tremonti. Ma anche da sinistra partono bordate alzo zero se la Sbarbati li addita nel suo sito come i responsabili di tanti guasti e se il lucano Gianni Pitella invoca una rivolta degli agricoltori meridionali per «spezzare le catene dell’euroburocrazia».
In realtà non sempre è colpa loro. Se il commissario alla Sanità invoca più igiene nelle consumazioni ai bar, finisce per forza che adottino la fine del bicchiere di minerale o di spuma, chiedendo l’adozione di bottigliette monouso che fanno lievitare i costi. Se la Commissione dà retta alle varie Siae che reclamano il pagamento del diritto d’autore, cos’altro possono fare se non rivendicare il pagamento di un ticket alle biblioteche pubbliche che prima prestavano i libri gratis? E se una normativa Ue-Onu pretende il riconoscimento degli ortaggi per capire da dove provengono, cos’altro fareste voi se non distribuire un minuzioso elenco di dimensioni e forme di cavolfiori e barbabietole, zucchini e rape?
Poi c’è chi ne approfitta in odio all’Europa. Una normativa anti-inquinamento prevede il riciclaggio di tutti i prodotti elettrici? Sui perfidi tabloid inglesi parte secca l’accusa: «Bruxelles reclama il censimento delle donne che usano i vibratori!». E chi ne approfitta a suo uso e consumo, come francesi, tedeschi, svedesi, irlandesi e nordici in generale, che hanno voluto reti da pesca da 13 cm perché le loro sardine ci finiscono dentro comunque mentre quelle mediterranee, più piccole, ci passano senza rischi.
Proteste, irritazione, malcontento inondano ogni giorno i palazzi del potere europeo. Ma siccome i capi di Stato e di governo ci passano sì e no un giorno e mezzo ogni 6 mesi e la Commissione conta quel che può, finisce che ci vanno di mezzo sempre loro: gli euroburocrati. «Ma è colpa nostra se la Ue spende 120 milioni di euro l’anno per tenere aperta la sede di Strasburgo?!» replicano.
Per una sessione al mese (3-4 giorni di lavoro al massimo) si spostano in 3-4.000 da Bruxelles con tanto di «cantine», bauli metallici con pile di documenti degli europarlamentari che poi - in lunga fila di camion - vengono inviati in Alsazia, una delle regioni dove più alto si è alzato il «non» alla Costituzione europea.
Storie di ordinaria follia burocratica. Si pensa di voler garantire la gente e si partorisce un mostro. Come quando si stabilì che per un ricambio di una parte degli occhiali, tipo una viterella, bisognasse garantirne la qualità: gli ottici hanno dovuto far firmare al cittadino tonnellate di carta. Un pasticcere italiano, quando scoprì che la Ue aveva modificato le norme per la composizione del cioccolato, rivolse un secco invito ai colleghi sul modello borrelliano: «Resistere, resistere, resistere». Vuoi vedere che sta nascendo la nuova resistenza?