Regole al buonsenso

Gentile direttore ieri ho scritto almeno otto e-mail per motivi strettamente personali: avevo un po’ di faccende privatissime da sbrigare. E non solo: nel pomeriggio ho indugiato sul sito internet Dagospia dove ho cliccato un Cafonalissimo (a proposito con un sacco di donne scollacciate) e poi ho cliccato la notizia sulla rivincita di Panerai. Pettegolezzi succosi, ma pur sempre pettegolezzi. Non mi son fermato e sempre per motivi puramente personali sono andato a cercarmi su un sito internazionale le informazioni tecniche su un nuovo Drive (sono quei bastoni da golf che servono per fare i colpi più lunghi). Ovviamente non sto ad elencare mail e siti visitati per motivi di lavoro, che sono ovviamente molti di più. Caro direttore nel giorno in cui il garante della Privacy ha deciso di aumentare le tutele della mia privacy, mi viene proprio voglia di auto-comprometterla. Se così si può dire.
Una società che non è in grado di lasciare ai privati la capacità di autoregolamentarsi è una società che si sta spegnendo. È ovvio che la mia posta resti riservata, anche quella elettronica. Ma fare di questo principio una procedura e codificare il buon senso, è assurdo e controproducente. Altro che liberalizzazioni. Sulla Gazzetta ufficiale verrà pubblicato «un provvedimento generale con le concrete indicazioni sull’uso dei computer sul luogo del lavoro». Si farà di più: il garante raccomanda l’adozione da parte delle aziende di un disciplinare interno, ovviamente sentite le organizzazioni sindacali, «nel quale siano chiaramente indicate le regole per l’uso di Internet e della posta elettronica». In buona sostanza il garante si preoccupa della privacy di noi dipendenti e chiede ai datori di lavoro di non indagare troppo sulle nostre faccende. Bel proposito davvero. Lo statuto dei lavoratori, erano gli anni 70, vietava i controlli con le telecamere, oggi ci aggiorniamo con i personal computer.
Sull’altare delle buone intenzioni si commettono però dei delitti insopportabili: i liberali hanno una definizione un po’ complicata per questo garbuglio ed è l’eterogenesi dei fini. A forza di tutelare la nostra privacy si fa il nostro danno. Un’azienda che dovesse individuare un fannullone che passa tutto il giorno a farsi i propri affari davanti allo schermo, ha le armi spuntate. Se il dipendente è pubblico, nella maggior parte dei casi, rischia poco o nulla. Se è un privato rischia il mobbing: quel virus, drammaticamente illegale, che le aziende hanno di svincolarsi dalle dirigistiche norme a nostra tutela, compresa l’illicenziabilità a vita. Si tratta dello sgarbo elevato a sistema che renda la vita impossibile al dipendente fannullone, sì da «metterlo nelle condizioni» di andarsene da solo.
Il garante della privacy (in una certa misura lo ha fatto e gliene siamo grati) ci tuteli piuttosto dal Leviatano fiscale: che ci ha affibbiato a tutti un codice alfanumerico di riconoscimento sempre più indispensabile per qualsiasi attività, che ha costruito un’anagrafe sui nostri movimenti anche più infimi di conto corrente, che ci cuce addosso un redditometro (esiste ancora, esiste ancora) tanto per farsi gli affari nostri.
Gentile direttore, quanto sarei contento di rinunciare alla mia privacy in azienda (e poi computer e linee telefoniche non sono forse pagate dal nostro editore?) per ottenerne una ben maggiore tutela alla riservatezza dei miei movimenti bancari.