Le regole di concorrenza sleale

Il caso «Cina», che sarebbe meglio precisare, a cominciare dalle parole, come essenzialmente la questione della concorrenza sleale, in campo commerciale, da parte della Cina, spesso viene presentata, dall'establishment culturale italiano, come una battaglia di retroguardia che apparterrebbe a una visione «becera» dell'economia e della globalizzazione. Il «politically correct», che si trasferisce spesso da certi salotti agli editoriali dei giornali, impone il verbo della globalizzazione, dell'apertura, della sfida sui mercati. Belle parole e bei concetti, a tratti affascinanti, che però, alla verifica dei fatti, a meno di non voler pagare prezzi indiscriminati, rivelano la loro estrema debolezza.
John Kennet Galbraith, americano e Nobel dell'economia, di tendenze politiche democratiche, nel suo saggio sulla Storia dell'economia, ricorda che le dinamiche protezionistiche sono state in ogni tempo leve necessarie per aggiustare squilibri. Il mercantilismo britannico, nel XIX secolo, prosperò con una politica di dazi.
Scopriamo che negli Stati Uniti la senatrice Hillary Clinton, icona della sinistra italiana, chiede l'introduzione dei dazi al 27 per cento contro le merci cinesi. Il rispettatissimo presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, invece, da tempo invoca una rivalutazione dello yuan, la moneta cinese, che secondo la Banca Federale d'America sarebbe sottovalutato del 40 per cento, con un gigantesco vantaggio per l'export cinese.
Lo scandalo, dunque, quando si affronta questo tema è solo italiano. Eppure, Mario Deraglio, economista di fama liberale, ha scritto al riguardo su La Stampa: «Il tentativo cinese di annientare l'industria tessile e calzaturiera europea - con l'eccezione di alcune fasce di altissima qualità - semplicemente non può essere accettato da Paesi con una rilevante presenza di questi settori produttivi, dalla Grecia alla Francia, ma soprattutto dall'Italia che ne vedrebbe stravolta la propria struttura industriale».
Le cifre parlano chiaro, nel primo trimestre del 2005, le esportazioni di Pechino, in alcuni settori del tessile, sono cresciute, conseguendo percentuali enormi: oltre il 530 per cento nei maglioni, il 410 per cento nei pantaloni da uomo, il 250 per cento nei tessuti di lino.
Un'altra indagine, quella della Ambrosetti, rivela che l'Italia potrebbe perdere cinquanta posti di lavoro al giorno per effetto di un calo annuo dell'1 per cento delle esportazioni nel settore manifatturiero, con una diminuzione del Pil pari a 390 milioni di euro, in un ambito che ha già visto calare del 7 per cento (negli ultimi tre anni) le nostre esportazioni. Il tutto collegato alla concorrenza che viene dall'Asia.
Secondo il National Bureau of Statistics il totale dell'import-export cinese ha raggiunto nel 2004 il record di 1,15 trilioni di dollari Usa, l'export complessivo è cresciuto del 35,4 per cento, quello indirizzato verso l'Unione Europea si è incrementato del 36,9 per cento, le esportazioni verso l'Italia sono salite al 38,7 per cento. È vero che, nel 2004, sono cresciute anche le esportazioni italiane verso la Cina, ma del 27 per cento e in ogni caso il saldo italiano è negativo. La Cina esporta in Italia merci per un valore di 9,225 milioni di dollari, ne importa per 6,451 milioni di dollari. Siamo l'undicesimo importatore mondiale e il quindicesimo esportatore.
L'adozione della formula «concorrenza sleale» non è retorica ma trova fondamento in una serie di punti critici del rapporto commerciale con la Cina. Il primo punto, che vale la pena sottolineare, è il danno economico subito dall'Italia a causa della contraffazione: oltre quattro miliardi di euro l'anno, mentre l'evasione delle imposte è stata stimata in oltre 1,5 miliardi di euro. Gli esempi al riguardo sono molteplici e spesso sono stati raccontati dai media. I produttori di occhiali del Veneto, già colpiti dalle falsificazioni, segnalano come sia addirittura difficile reperire materie prime per i loro prodotti, visto che la Cina le sta rastrellando sul mercato.
La vendita di marchi contraffatti è un reato penale, sanzionato dalle leggi, eppure nelle nostre città, dove il commercio di queste merci avviene alla luce del sole in centralissime strade, si è stabilita una sorta di immunità convenzionale, giustificata da un retroterra ideologico per il quale sarebbe sconveniente bloccare il povero immigrato che vende la griffe falsa, anche se questa è una palese illegalità.
Il secondo punto che ci porta ad adoperare la formula «concorrenza sleale» poggia sulla mancanza di reciprocità nelle norme sul lavoro e in quelle sull'ambiente. La Nike, la grande multinazionale dell'abbigliamento, con sede a Beaverton nell'Oregon, ha ammesso di recente che in molti dei settecento stabilimenti da cui si rifornisce, soprattutto in Cina, i lavoratori subiscono vari tipi di vessazioni: taglio indiscriminato degli stipendi, molestie, il divieto di associarsi per tutelare i propri interessi, l'impossibilità di bere, di fare uso delle toilette durante il lavoro e l'obbligo degli straordinari spesso non pagati. Se questo avviene in chi lavora per la Nike immaginiamo cosa accade in un universo che non conosciamo.
L'intero ragionamento merita di essere arricchito di un altro dato. Lo scarto di costo fra le produzioni occidentali e quelle cinesi è dato non solo dal bassissimo costo della manodopera, sarebbe corretto usare la formula «schiavizzazione della manodopera», ma anche dal fatto che i produttori cinesi non hanno quei vincoli ambientali a cui sono giustamente tenuti i nostri industriali. Produrre in Europa significa stare nel rispetto di tutto un insieme legislativo e normativo che si è sviluppato con il progredire della coscienza ecologica. È giusto che sia così. Una nostra fabbrica deve avere scarichi a norma, controllare le emissioni e la nocività dei materiali, smaltire i rifiuti secondo prescrizioni accurate. Tutto ciò significa costi elevati che incidono sul costo complessivo del prodotto.
Sul tema Cina si scontano troppi luoghi comuni, affermazioni che non vengono verificate alla prova dei fatti. In particolare la rappresentazione della Cina come «un'opportunità». Scopriamo, ad esempio, che il mercato europeo potrà essere invaso, tra breve, da automobili di fascia bassa, le cosiddette city car, prodotte in Cina e vendute al pubblico al prezzo di 4.000 euro, comprensivo di tutti gli optional. Quanto costa all'incirca un cappuccino e un cornetto per quattro anni, meno del prezzo di un discreto ciclomotore di bassa cilindrata. Di fronte a questi fatti dobbiamo domandarci quale futuro può avere l'industria italiana.
L'Italia è, e deve restare, un Paese di trasformazione, a forte vocazione industriale. Chi vagheggia paradisi post-industriali o solamente turistici (anche questo settore è in crisi) tratteggia scenari che non possono reggere in una Nazione di quasi sessanta milioni di cittadini.
A proposito di affermazioni vuote, spesso si afferma che l'industria italiana deve concentrarsi nell'innovazione tecnologica, nelle produzioni di altissima qualità. Riecheggiano gli slogan «fare sistema», «fare squadra». La scienza economica, invece, ci insegna che il consumatore è sempre mosso dalla ricerca di un compromesso tra qualità e prezzo, ma se il prezzo si abbassa notevolmente anche questo rapporto non regge più. È chiaro che chi intende acquistare una Mercedes o una Ferrari non verrà attratto dall'auto a 4.000 euro. Ma chi è indirizzato verso un'auto Fiat o un'altra vettura europea può coscientemente accettare un prodotto di più bassa qualità (e non di molto) pur di ottenere un elevatissimo risparmio che nel caso scelto per il nostro esempio significa dimezzare il prezzo.
Come si vede i punti, gli argomenti, le implicazioni che il «caso Cina» solleva sono molteplici. Occorre essere chiari: nessuno può pensare di erigere barriere davanti al fluire della storia, quando Colombo scoprì l'America alcuni ritennero che non era, comunque, opportuno andarvi e aprirsi a quel nuovo mondo. La storia ha dimostrato quanto fossero fallaci quei timori.
Il problema, però, è nelle regole, nel rispetto delle regole internazionali. Nessuna capacità competitiva, nessuna innovazione tecnologica potrà tenere testa a chi realizza prodotti in spregio delle regole sul lavoro, sulla protezione ambientale o peggio ancora copiando marchi e ingegno altrui.
*membro

dell’Esecutivo di An