Le regole della democrazia

Anche i più ottimisti credo provino qualche sconcerto osservando ciò che accade nel cortile di casa. Un cortile di discrete proporzioni, che comprende l’Algeria, il Marocco, fino a via Paolo Sarpi, la Chinatown milanese. Realtà molto diverse, ma che pongono problemi drammaticamente simili e che sono affrontati con la retorica del vogliamoci bene, possiamo tutti stare bene insieme. Retorica comprensibile umanamente, ma inefficace, se non dannosa, politicamente. Il conflitto di civiltà è una possibilità reale nel mondo e non può essere superato con i buoni propositi.
In Algeria e in Marocco abbiamo visto ampie fasce del mondo giovanile, diseredato e disoccupato, ribellarsi, pretendere di non rimanere ai margini della società. La comunità cinese di Milano vive come se fosse una realtà indipendente ed isolata dal contesto cittadino. Basta una scintilla, una provocazione, un’imposizione per incendiare quel sentimento primario che è la propria identità etnica.
In Algeria e in Marocco ci troviamo di fronte a sistemi politici militari monarchici chiusi, che si pongono il problema (o si trovano nella necessità di porsi il problema) di come costruire un sistema in grado di consentire ai giovani emarginati di esprimersi politicamente, di potersi autorappresentare, per evitare che essi vengano catturati dalle sirene del fondamentalismo, dal fanatismo terrorista.
Ovviamente la situazione della comunità cinese a Milano non è quella del giovani disoccupati algerini o marocchini, ma pone comunque un problema di rappresentazione, di partecipazione politica ed economica che oltrepassi la chiusura della propria identità etnica. Di fronte a ciò, la retorica del dialogo è comprensibile, ma inutile, l’appello al rispetto delle regole è necessario, ma richiede il criterio per metterlo in pratica senza che questo comporti la devastazione di un pezzo della città.
Sono situazioni diverse, ma problematicamente analoghe, che ci spiegano come la globalizzazione impedisca di rimanere fermi nello statu quo: o si fanno dei passi avanti per comprendere come si possano evolvere e risolvere i punti critici del conflitto, o si regredisce ed esplode la violenza. E in una società globalizzata, con forti tensioni etniche, il primo e fondamentale problema è come rappresentare le persone, come dare loro l’opportunità di esprimersi politicamente ed economicamente. E cioè: come estendere la democrazia.
Oggi, dopo la fine dell’Unione Sovietica, la parola d’ordine della sinistra europea è: la democrazia non si esporta, si dialoga con realtà politiche e religiose che non sono democratiche. Il proposito è buono, è umano, troppo umano come direbbe il filosofo Nietzsche. La democrazia non è un’opzione tra possibili opzioni. La democrazia negli Stati moderni nasce come superamento delle guerre civili: contarsi, non ammazzarsi. Usare le urne per far prevalere il proprio parere e non il fucile per imporlo. La globalizzazione ci dice anche che se non si trova il modo di far evolvere una società con tutte le sue componenti (con tutte le diverse realtà etniche, religiose, culturali che la compongono) le rivolte esplodono e sono guerre di civiltà.
Come è possibile, se non attraverso i principi della democrazia, dare rappresentanza politica ed economica alle persone? Come pensare a un’evoluzione del sistema sociale complesso e sempre potenzialmente conflittuale se non attraverso la rappresentanza democratica in grado di dar voce alle forze esistenti disinnescando tensioni e rivolte? Se c’è qualcuno che conosce un’alternativa, sarebbe interessante ascoltarlo. Se non si vuole parlare di esportazione della democrazia, resta comunque il problema della necessità della democrazia. La vicenda milanese con i disordini nel quartiere cinese è un esempio di come la democrazia abbia l’obbligo di far evolvere una situazione: se si lascia a una comunità la possibilità di chiudersi nella sua identità, si avrà a che fare con un corpo separato che vive inevitabilmente le regole generali della cittadinanza come forme di repressione. Compito della democrazia è trasformare queste regole, sentite in modo repressivo, in regole apprezzate e condivise perché rappresentative delle esigenze economiche e culturali di una comunità.
Stefano Zecchi