Regressione assistenziale

Il governo Berlusconi, attraverso coraggiose riforme per il futuro, ha concretamente avviato il ridisegno del modello sociale italiano in coerenza con gli obiettivi dell'Unione Europea. Le riforme dell'educazione, del lavoro e della previdenza sono state infatti orientate alla costruzione di una società attiva, come tale più giusta perché più inclusiva e più competitiva perché dotata di migliore capitale umano. Decisiva in questo contesto è stata la volontà di stabilizzare la spesa previdenziale al già alto livello del 14% sul Pil, correggendola nella prevista crescita fino al 16%, difficilmente sostenibile per le finanze pubbliche. Ancorché riformato, il sistema obbligatorio italiano costa almeno 2 punti di Pil in più della media Ue-15. E, senza la correzione del 2004, sarebbe stato così anche a regime. Non tagli quindi, né del complesso della spesa né delle prestazioni, ma solo la riduzione del numero degli inattivi attraverso la crescita dell'occupazione e l'allungamento dell'età lavorativa, tanto più in una società ove fortunatamente migliora l'aspettativa di vita. La riforma si è infatti caratterizzata, come in tutti i Paesi europei, per l'elevamento obbligatorio dell'età di pensione a partire dal 1° gennaio 2008, sulla base della consapevole scelta di offrire ai pur pochi cittadini immediatamente interessati un congruo periodo di tempo per organizzarsi. L'allungamento della vita lavorativa, che le statistiche affermano essere già positivamente in corso, è stato peraltro perseguito contemporaneamente con la riforma del lavoro attraverso l'incremento dell'indennità di disoccupazione, l'avvio dei fondi per la formazione e lo sviluppo dei servizi pubblici e privati che accompagnano il disoccupato ad un altro posto di lavoro.
Da qui si dovrebbe ora partire per completare il disegno riformatore e non per regredire al vecchio impianto assistenziale che incentivava i bassi tassi di occupazione ed in particolare l'abbandono precoce del lavoro. Se ci fosse stato consentito di proseguire nella funzione di governo ora infatti ci dedicheremmo a perfezionare il sistema previdenziale incoraggiando ulteriormente l'innalzamento dell'età di lavoro. Lo stesso tema controverso dei coefficienti previsti dalla Legge Dini per disincentivare le pensioni anticipate, se appare largamente superato dalla nuova disciplina, può essere ripreso, attraverso opportune modifiche, per incentivare il posticipo della pensione anche oltre i 62 anni che costituiscono, a regime nel 2014, l'età minima della legge Maroni.
Sarebbe peraltro ora necessario definire quella speciale protezione per i lavori usuranti che avrebbero dovuto risolvere le parti sociali delegate dalla Legge Dini a identificare le maggiori aliquote contributive per coprirne la spesa. Questi lavori sono stati già definiti dalla Commissione preposta e l'onere relativo dovrebbe essere posto a carico di una parte del maggiore prelievo contributivo disposto dalla recente legge finanziaria.
La terza azione di completamento dovrebbe riguardare la perfetta possibilità di cumulare tutti i periodi assicurativi (tramite la cosiddetta «totalizzazione») salvaguardando così le fasi della vita lavorativa che si realizzano con collaborazioni a progetto.
Il quarto pilastro dovrebbe consistere nell'estensione a tutti gli over 65 che ne hanno titolo, del migliore trattamento, ora pervenuto a 560 euro, che Silvio Berlusconi ha voluto, per gli anziani indigenti e che costituisce una sorta di reddito minimo garantito per chi non è più in età di lavoro. Si correggerebbe in questo modo uno dei più seri difetti della legge Dini: quello di non prevedere meccanismi di solidarietà infragenerazionale.
Il quinto profilo dovrebbe infine riguardare una migliore definizione dei modi con cui utilizzare l'accantonamento per il Tfr. Sarebbe doveroso infatti non solo ripristinare, anche per le aziende sopra i 50 addetti, la libera scelta del lavoratore di mantenerlo in azienda, ma aggiungervi anche la possibilità di destinarlo, in tutto o in parte, all'acquisizione di titoli dell'azienda stessa con lo scopo di favorire la partecipazione dei lavoratori. L'impiego di queste risorse nelle forme di previdenza complementare potrebbe essere poi ulteriormente incentivato attraverso un trattamento fiscale dei rendimenti che non solo eviti l'aliquota unica che il governo vuole applicare alle rendite nella misura del 20%, ma che si ponga al di sotto dell'attuale 11%. Sarebbe il caso infine di riflettere sui modi con i quali garantire effettivamente la continua libera scelta del lavoratore tra le diverse soluzioni di previdenza complementare, individuali o collettive, ripristinando pienamente quanto già stabiliva la norma di delega del 2004 a proposito del diritto del lavoratore di ricevere, ove dovuto, il contribu to del datore anche nel caso dell'opzione per una forma di previdenza diversa da quella negoziale.
Ulteriore allungamento della vita lavorativa, doverose eccezioni per i lavori usuranti, pieno cumulo dei periodi contributivi, reddito minimo garantito per i pensionati indigenti e ampia libertà di scelta per il Tfr, costituiscono il naturale completamento di un percorso che si deve avvalere anche della piena implementazione della legge Biagi e del Patto per l'Italia. L'opposto, insomma, di quanto il governo si accinge a fare.