Il reinserimento sociale delle coop: disabili mentali pagati 2 euro l’ora

Il caso di una donna impiegata come barista part-time finisce sul giornale cittadino e scoppia la polemica sul mondo cooperativo

Stefano Filippi

nostro inviato a Modena

Tutto è nato, come spesso succede, da una casualità. Una donna ospitata da una struttura psichiatrica, che non riusciva a ottenere la casa popolare promessale dal comune di Modena e dal servizio psichiatrico dell’Ausl, decide di rivolgersi a un legale. L’avvocato Francesco Miraglia ricorda bene quel primo incontro: «Quando ho visto la sua busta paga non credevo ai miei occhi: 200 euro al mese. Due euro l’ora per fare la barista part-time. Non li prendono nemmeno le donne delle pulizie o le badanti. E chi la versava questo salario da fame? Una cooperativa sociale, ovviamente aderente alla Legacoop».
L’avvocato Miraglia e la sua cliente non sapevano che stavano per scoperchiare un pentolone bollente, quello dei rapporti tra la sanità pubblica e le coop sociali in una città come Modena che va fiera del livello di assistenza garantito dalle giunte rosse ai cittadini, e dove la Legacoop fa il bello e il cattivo tempo. Un mondo frastagliato, impastato di coraggio e abnegazione ma coperto da larghe zone d’ombra in cui si confondono sfruttamento, mancanza di controlli, conflitti d’interesse e coperture politiche. E che reagisce a muso duro con silenzi e querele.
Il legale racconta il caso sulla Gazzetta di Modena e in pochi giorni il quotidiano riceve decine di lettere di familiari di persone malate che si trovavano nelle stesse condizioni sopportate fino ad allora con muta rassegnazione. «Mia sorella lavora nelle pulizie, percepisce la stessa paga da più di due anni e di assunzione o lavoro stabile non se ne parla». «Siamo genitori anziani e la maggior preoccupazione è “il dopo di noi”: un lavoro sicuro e ben pagato, un po’ di serenità per tutti noi sarà possibile con una paga di due euro l'ora?». «Tutti abbiamo diritto a un lavoro dignitoso e retribuito adeguatamente, come può succedere una cosa del genere in una città come la nostra?».
Bella domanda. È possibile in virtù di una convenzione tra il dipartimento di salute mentale dell’Azienda sanitaria e il Consorzio di solidarietà sociale di Modena, che raggruppa 26 coop: tutte quelle che «effettuano inserimenti lavorativi di soggetti svantaggiati» nella provincia. L’accordo prevede che questi lavoratori vengano inquadrati in percorsi terapeutici e formativi, accompagnati da educatori e operatori sociali, e retribuiti da una «borsa lavoro» che va da 1,5 a 2,5 euro l’ora. È questa la spiegazione fornita da Vittorio Saltini, presidente della coop Aliante che dà lavoro alla signora in questione, da Massimo Giusti, presidente del Consorzio di solidarietà sociale, e dall’azienda sanitaria.
Miraglia chiede copia dei progetti lavoro e i nomi degli operatori sociali. L’unico nome che gli viene comunicato è quello della barista titolare: come dire che la lavoratrice svantaggiata non era assistita né da educatori né da infermieri. La polemica si allarga nel silenzio dei sindacati e nell’inerzia della magistratura. La Gazzetta di Modena denuncia che nell’assistenza sociale «non esiste un mercato vero ma una sorta di monopolio delle coop sociali, che come tutti i monopoli, per quanto lavorino bene le coop, ha creato non poche storture, rendite di posizioni e anche conflitti d'interessi».
L’intreccio è complesso. La moglie di Saltini (il presidente della Aliante) aveva la responsabilità dello Sportello lavoro cui era affidato l’inserimento lavorativo dei pazienti psichiatrici inquadrati dalla coop. Lo stesso Saltini è membro del consiglio di indirizzo della Fondazione Cassa di risparmio di Modena che largheggia nel concedere contributi alle cooperative sociali: nei mesi scorsi la Aliante ha ottenuto oltre 550mila euro per acquistare immobili da trasformare in «residenze educative e socio-riabilitative». D’altra parte, il vicepresidente della Fondazione, Massimo Giusti, presiede anche il Consorzio delle coop sociali, cui aderisce anche l’Aliante.
Insomma, mistero sul percorso terapeutico, nessun accompagnatore specifico presente sul posto di lavoro, niente verifiche periodiche sull’applicazione della convenzione, fiumi di denaro che affluiscono alle coop sulla base di bilanci autocertificati ma lavoratori pagati miseramente. Silenzio dei sindacati, del Comune e della magistratura. Poi altro colpo di scena: il giudice di sorveglianza scrive all’Ausl dicendo che in realtà la donna è equiparata a persona libera, non può essere soggetta a restrizione né a tutele particolari, dunque potrebbe anche configurarsi il reato di sequestro di persona.
L’avvocato Miraglia fa intervenire i Nas che indagano e girano il fascicolo alla procura di Modena, dove giace tuttora. Scrive a Fassino e Bertinotti: nessuna risposta. In compenso nelle strutture psichiatriche cominciano a girare volantini contro di lui mentre l’Azienda sanitaria e le cooperative lo querelano per diffamazione chiedendogli 100mila euro di danni (l’udienza fissata per il 7 febbraio è stata rinviata a maggio, dopo le elezioni). Nel frattempo la cliente di Miraglia è stata assunta dalla coop Aliante: «La campagna di stampa non ha accelerato i tempi», assicura il presidente del Consorzio delle coop sociali, Giusti. E la paga è addirittura triplicata: adesso la donna guadagna 6 euro l’ora.