Il relativismo giù dalla cattedra

Luigi Amicone

Università della Bicocca, Milano. La matricola appena uscita dalla bolgia liceale varca la soglia dell’ateneo immaginando di entrare nel tempio del sapere. Non sa cosa succederà, ma almeno comincia ad aver chiaro che è lì per imparare una certa professione. Bene, la nostra matricola ha scelto Biologia e il suo primo anno di corso è stato una dura corsa ad ostacoli per impossessarsi dei fondamentali della scienza biologica. Cosa pensate che si aspetti rientrando in università per il suo secondo anno accademico, che come primo corso prevede «Diritto e Bioetica»? Sbagliato. Qualunque cosa avete immaginato non potete aver previsto che, in una facoltà dove il laboratorio dovrebbe essere ciò che l’agenda è per il giornalista, all’aspirante ricercatore di laboratorio insegnano quanto è criminale la ricerca in laboratorio. E sapete perché è un crimine la ricerca? Perché viene condotta sugli animali. Già, che porcheria sarà mai questa corsa a trovare il vaccino contro l’influenza aviaria? Altro che le cavie e i polli, siamo noi esseri umani la pandemia, il virus, il cancro del pianeta.
Questo il succo delle prime lezioni e seminari di Diritto e Bioetica alla facoltà di Biologia della Bicocca. Sembra un talk-show e naturalmente piovono applausi nell’aula U3-04 di Piazza dell’Ateneo a sentire con quanto trasporto sentimentale gli «esperti» dell’ambientalismo fondamentalista parlano dei poveri topini Tom e Jerry e dei ricchi Frankenstein che nell’oscurità dei loro laboratori consumano crimini inauditi sugli embrioni animali. Già, e allora quale sarebbe la ricerca scientifica eticamente corretta? Ma certo, quella fatta sugli embrioni umani. Vuoi curare gli uomini? Usa gli uomini come cavie. Questo è il precetto etico-scientifico che si insegna alla facoltà di Biologia, corso universitario di Diritto e Bioteca. Perciò, cretini quel 75% di elettori italiani che non hanno capito niente della nefanda legge 40 e, irretiti dalla chiesa, non sono andati ad abrogarla al referendum. Perfetto.
Ma vogliamo parlare di morte medicalmente assistita? La bioetica docente sale in cattedra e spiega quanto sono sciocchi e involuti quelli che ancora non apprezzano l’eticità dell’eutanasia. Già, perché anche qui è la chiesa il problema. Rispettare la vita degli animali è un dogma. Laico. Rispettare quella degli uomini è una «convenzione». Cattolica. Geniale. Naturalmente il pensiero relativista ha una ragione per spiegare questo cortocircuito della ragione. E la prof ecologista non è che dica una cosa nuova quando spiega che «l’esercizio della libertà da parte di una persona che ricorre all’eutanasia, non obbliga altre persone a fare la stessa cosa, dunque che male c’è?». «È una libertà che non mi convince», replica uno dei tre studenti che hanno alzato la mano e ha votato «no» al referendum sull’eutanasia promosso lì per lì dalla professoressa. La quale sembra sorpresa da quei tre dinieghi. «È tutto relativo, ragazzi. Certo, per i cattolici c’è il valore della vita. Ma in questo modo si nega la libertà». «Scusi professoressa, ma quale libertà?». Segue discorsetto della prof, il cui succo è: se tu vuoi dare la morte in pancia o darti la buona morte, se vuoi manipolare il tuo embrione o vendere il tuo sperma, che male c’è? Tu non vuoi farlo? Bene, non farlo, ma lascia a me la libertà di farlo. «Ma c’è la vita di mezzo!», replica lo studente del «no». E poi, se ci fosse stato in aula uno di noi, avrebbe potuto proseguire spiegando all’illustre professoressa che se gli esseri umani fossero delle monadi e ognuno di noi vivesse su un’isola deserta, certo che la libertà individuale si potrebbe esprimere senza mai ledere la libertà altrui. Il fatto è che gli uomini sono degli animali sociali. Dunque essi non godono soltanto di diritti e libertà individuali, ma anche di diritti e doveri sociali nei confronti del mondo comune di cui fanno parte.
Ora, se è vero, come è vero, che è realistico riconoscere che le risorse del pianeta non sono infinite e quindi occorre porre qualche freno alla libertà (potenzialmente infinita) di sfruttamento delle risorse della terra (è il limite delineato dal concetto di «sviluppo sostenibile»), tanto più dovrebbe essere evidente che le società non possono correre appresso a tutti i desideri di libertà individualistici, altrimenti le società vanno a farsi benedire (è il limite che si dovrebbe delineare col concetto di «diritti sostenibili»). Non siamo soli al mondo e non è vero che la libertà è tale a prescindere dalle responsabilità del mondo comune (altrimenti, perché vietare di abbandonare un cane, se il cane è mio ed è mia la libertà di sbarazzarmene senza offendere la libertà degli altri di tenere in casa il loro cane?). Ma insomma, il discorso si sarebbe potuto approfondire e non è questo il luogo per farlo. Ciò che invece mettiamo qui severamente in questione, è il metodo confusionario e capzioso con cui vengono presentate d’autorità agli studenti problematiche così gravi e delicate. Preoccupa che un professore universitario salga in cattedra e, come succede alla Bicocca, dopo una bella lezione di relativismo etico (ma a che serve una cattedra di diritto e bioetica se tutto è relativo e le «leggi devono prescindere da ogni morale?») faccia un referendum sull’eutanasia. Preoccupa che, a dei giovani futuri biologi che vorremmo sperare un giorno si prendessero cura degli esseri umani, si insegni dalle cattedre quanto sia cattiva la ricerca scientifica condotta sugli animali e quanto siano cattivi gli uomini che la conducono a beneficio di altri uomini.