Relazioni imprenditoriali come potere attrattivo

Per le università italiane giugno è tempo di classifiche. E a tener banco è sempre il confronto tra pubbliche e private, ovvero, più propriamente, tra statali e non, diciassette in totale (vi vanno aggiunte anche le 11 telematiche) sui 94 atenei della Penisola. Non che tutte entrino nelle top ten di settore, ma i nomi più noti appaiono saldamente in testa al ranking delle facoltà che le hanno rese celebri. Sfogliando le graduatorie della recentissima guida di Repubblica-Censis Servizi, ecco Bocconi al primo posto tra le facoltà di economia, tallonata da Luiss, mentre Liuc, seguita a un’incollatura da Lumsa e di nuovo da Luiss, domina giurisprudenza.
E poi, tra gli altri nomi al top, Cattolica, Iulm e Libera università di Bolzano. «Certo - dice Roberto Ciampicacigli, direttore della società di ricerca Censis Servizi - Bocconi e Luiss vantano ottime facoltà di economia, ma anche Padova e Tor Vergata a Roma sono altrettanto valide. Se ci si iscrive all’università privata è innanzitutto perché considerato un investimento». Ossia, poiché spesso sarà più facile, come peraltro confermano le indagini di Almalaurea al riguardo, inserirsi nel mondo del lavoro. «Bocconi e Luiss, sopra tutti, sono capaci di tessere un reticolo di relazioni imprenditoriali su scala nazionale e internazionale molto più ampio di quanto riesca a fare un’università pubblica. Ecco dunque, il più forte potere attrattivo». E se la produttività non è parametro utile al confronto, considerando che l’elevato tasso di laureati delle private si spiega anche con la necessità di rimanere iscritti e di evitare il salasso per chi si attarda, secondo l’economista Giacomo Vaciago un indicatore plausibile per valutare la qualità di un ateneo può consistere nella somma del numero di chilometri degli studenti fuori sede. In altre parole se tanti discenti provengono da lontano, significa che ne vale la pena.
«È anche vero - osserva Ciampicacigli - che la scelta degli studenti non è sempre legata al meglio, e spesso è opportunistica: lasciare la famiglia e aggregarsi a comunità già costituite altrove». Peraltro, il tasso dei fuori sede in Italia non supera il 20 per cento.
«Piuttosto, sarebbe utile uno studio sul profilo di chi si iscrive a un ateneo privato: spesso proviene da famiglie che hanno già la possibilità di inserire nel proprio studio professionale o in azienda i figli una volta laureati; ciò è molto meno vero nei grandi numeri delle università pubbliche».
Di fatto, gli studenti che partecipano ai test di ingresso delle università private sono in continua crescita. «E sale anche il numero di chi resta fuori, visti i rigidi criteri di ammissione. Ma questo fa pensare che esista una capacità di spesa delle famiglie ben superiore alle tasse delle università pubbliche. Elevando gli importi forse si potrebbe assistere a una maggiore competizione tra statali e non, constatando che oggi l'ateneo privato è capace di un modello d’offerta, con spazi, strutture e attrezzature, molto spesso assai superiore».