Religione e diritti, nessuna censura in nome del dialogo

Alberto Indelicato

Non si può dire che l’esordio del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sia stato incoraggiante. Prima ancora che cominciassero i lavori veri e propri, che si prendessero cioè in esame dei casi concreti di violazioni delle libertà individuali da parte degli stati - e sa il cielo se ve ne sono - lo Yemen a nome di tutti i paesi islamici ha chiesto che negli statuti di quell’organo nuovo di zecca fosse introdotto un articolo che sanzionasse gli autori di atti contro la religione o di offese ai profeti ed alle fedi. Naturalmente lo Yemen e gli altri Stati da esso rappresentati pensavano ad una sola fede, la loro, ed ad un solo profeta: Maometto. Tuttavia, se si considera che le religioni sono molte più di una o delle tre dette monoteistiche, la protezione chiesta in termini generali dovrebbe estendersi a decine se non centinaia di religioni ed annessi profeti o autoproclamatisi tali. Si pensi soltanto agli innumerevoli gruppi di cui sono prolifici gli Stati Uniti ed i Paesi dell'America Latina.
In secondo luogo, che cosa significa il termine «offesa»? La discussione e anche la negazione di un dogma o di una semplice pratica è un’offesa? Oltre a Dante per il canto XXVIII dell’Inferno, in cui sono rappresentati Maometto ed Alì in maniera tutt’altro che lusinghiera, ed alla riproduzione pittorica di quella scena nella chiesa di San Petronio a Bologna, sarà sanzionato Voltaire per le sue satire alla Bibbia? Saranno bruciati i libri di Karl Marx a causa dell’affermazione secondo cui la religione è l'oppio dei popoli? E, dato che il Consiglio giudica e sanziona eventualmente gli Stati, saranno condannati i Paesi di cui i blasfemi sono cittadini: la Francia per Voltaire, la Germania per Marx? E per Dante sarà punita l’Italia o la regione Toscana?
La proposta yemenita non è stata accolta, per manifesta assurdità, ma nel preambolo della risoluzione che ha istituito il Consiglio dei diritti umani è stata inserito un paragrafo che richiama «la necessità di favorire il dialogo e la comprensione tra le civiltà, le culture e le religioni», tutte cose che hanno ben poco a che fare con i diritti umani e molto di più con i comportamenti quotidiani delle popolazioni che entrano in contatto. Comunque sia, è lecito chiedersi perché mai la proposta è stata avanzata dallo Yemen - Paese che di contatti con le società occidentali ne ha relativamente pochi - e non per esempio dalla Turchia, che oltre ad essere candidata a diventare membro dell’Unione Europea ha milioni di cittadini che risiedono per l’appunto nel nostro continente. Probabilmente la risposta è nei fatti. Ai pochi non musulmani - ed in particolare ai cristiani - che vivono e risiedono in Turchia non soltanto non sono assicurati i diritti umani a cominciare dalla libertà di religione ma, come nel caso di don Santoro, neanche il diritto alla vita. È proprio dei giorni scorsi l’attentato al sacerdote francese che lo aveva sostituito, a riprova che il suo assassinio era stato compiuto in odio alla sua fede e non, come ci si era affrettati a sostenere, per meschine beghe locali o personali.
Aver accettato quel paragrafo sul preteso compito del Consiglio di «favorire il dialogo e la comprensione tra le civiltà» è stato un errore gravissimo non soltanto perché ne ha snaturato la vera missione, ma anche perché ha costituito un’ulteriore resa di fronte alla pretesa di ridurre ed alla lunga sopprimere il valore fondamentale della nostra civiltà. In nome del «dialogo» non si può ammettere la censura.