«La religione è la mia Second life»

Per Carlo Rossella è il primo giorno da produttore cinematografico o, per essere più precisi, da presidente di Medusa film, la più grande azienda italiana del settore. Altro che direzione del Tg5: dagli uffici della Medusa passano le più belle attrici della nazione, del continente, del pianeta, e io tanto per rompere le uova nel paniere sono qui a fargli domande sulla religione. Meriterei di essere cacciato a pedate, per fortuna Rossella è pazientissimo e mi accoglie col suo famoso garbo in un magnifico palazzo della Roma papalina. Saliamo per una strettissima scala a chiocciola fino all’altana, una specie di astronave tutta vetri appoggiata sul tetto dell’edificio.
A livello stradale ci sono i negozi delle griffe (siamo a pochi metri da via Condotti) mentre qui in alto si gode la vista a trecentosessanta gradi delle cupole barocche. La situazione sembra una metafora della vita di Rossella, che si snoda fra sacro e profano senza stropicciarsi mai. Ma se il suo amore per il glamour è arcinoto, il suo cattolicesimo un po’ meno. Certo, al termine del suo commiato agli spettatori del Tg5 ha pronunciato un clamoroso «Dio vi benedica», ma pochi sanno che il più mondano dei giornalisti italiani ha un assistente spirituale e l’abitudine di recitare il rosario per i morti o per aiutare un amico che sta male. «È la prima volta che rivelo questo mio mondo interiore, una specie di Second Life».
Sbaglio o quel libretto nero sul tavolo è un messale?
«È un messale di San Pio V, in francese, mi fu regalato da monsignor Lefebvre quando andai a Econe per un’intervista».
Simpatizzi per uno scismatico?
«No, no, io sono cattolico apostolico romano. Avevo curiosità per monsignor Lefebvre perché diceva la messa di quando ero bambino, la messa in latino che cominciava così: Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat juventutem meam... A Dio che allieta la mia giovinezza: questa frase mi ha sempre affascinato, la trovo di una poeticità straordinaria, l’ho sentita pronunciare da preti vecchissimi che salivano a fatica i gradini dell’altare, perché chi crede in Dio si sente giovane a qualunque età».
Quindi la scelta di Benedetto XVI di liberalizzare la messa in latino ti trova d’accordo.
«È una cosa sacrosanta. Ritengo che la Chiesa debba parlare in latino. Roma è l’unica città che dispone di una lingua universale e non la usa. Quanti romani conoscono il latino? C’è un grande ritorno al latino in tutto il mondo, a Oxford, a Cambridge, all’università di Seattle... Solo da noi è considerato un fatto di arretratezza».
A questo punto un lettore che non conosca la tua biografia potrebbe pensare che tu abbia passato la vita nelle sacrestie. Invece mi tocca ricordare che sei stato molti anni nel partito comunista.
«È stata la Chiesa progressista a farci diventare tutti comunisti».
Caspita.
«Se faccio una cronistoria del mio percorso a sinistra noto che ho cominciato a distaccarmi dalla Chiesa dopo il Concilio, proprio in coincidenza con la fine della messa in latino. Paolo VI subiva l’influenza nefasta dei cattolici francesi iperprogressisti, primo fra tutti Maritain, e io stesso non facevo che leggere e sottolineare gli scritti di padre Balducci. Partendo da questi teologi fu inevitabile arrivare a Rodano».
Il padre del cattocomunismo.
«Sì, ma anche nel periodo in cui ero iscritto al Pci ho sempre recitato il Padre Nostro prima di addormentarmi e al mattino appena sveglio».
E quand’è che sei tornato papalino?
«Intorno ai quarant’anni ho ricominciato a frequentare le chiese, quando vidi prima mio padre e poi mia madre affrontare cristianamente la sofferenza».
Furono loro a darti la prima educazione religiosa?
«I miei genitori erano cattolici molto praticanti e molto osservanti. La vita di famiglia era scandita dalle feste religiose, si rispettava il venerdì di magro, prima di mangiare ci si faceva sempre il segno della croce. Venni mandato all’asilo e poi alle elementari dalle suore di Maria Bambina, un convento del mio paese, Corteolona, nella Bassa Pavese. Facevo parte dell’Azione Cattolica e servivo da chierichetto. Il mio grande divertimento era mettere le mani sul turibolo, oggi quasi scomparso, per diffondere l’incenso. Ricordo grandi messe cantate, grandi funerali, grandi addobbi, un gran numero di preti, celebranti, concelebranti, diaconi, suddiaconi... Per la gente del nostro piccolo mondo di campagna la messa era anche uno spettacolo».
A proposito di spettacoli, come resisterai alle tentazioni del cinema? Da oggi chissà quante attrici ti cercheranno per avere una parte...
«Adesso dovrò pregare un po’ di più e dovrò essere più cauto. Chiederò aiuto alla fede e anche al mio senso del ridicolo».
Eccoci finalmente al Rossella dandy, l’uomo che non si scompone mai.
«Non voglio correre il rischio di fare la fine del professor Unrat, il coprotagonista de L’angelo azzurro».
Il vecchio signore che pur di stare con la giovane Marlene Dietrich accetta ogni umiliazione?
«Quello. Una mattina all’aeroporto di Falconara ho visto i vecchietti aspettare le russe. Poi ho visto quelli che aspettano le cubane, le ucraine, le moldave. Oltre a L’angelo azzurro bisognerebbe imporre agli anziani la visione di Birthday girl, il film con Nicole Kidman che mostra i rischi legati alle ragazze esotiche. Bisogna lasciar fare alla natura, basta non andare in giro col Viagra in tasca e invecchiando diventa più facile rispettare anche i comandamenti che da giovani sembravano i più ostici».
Ad esempio?
«Il sesto e il nono. Mi è capitato di desiderare la donna d’altri. Ma è acqua passata, a giorni festeggerò i trent’anni di matrimonio».
Finalmente qualcuno che pratica la vecchia cara indissolubilità.
«Conosco persone che si sposano con l’idea di stare insieme solo due o tre anni. Ma che senso ha? Io sono andato al Family Day perché la famiglia è stata devastata con la distruzione dell’autorità del padre. Nella Chiesa in passato hanno cercato di fare qualcosa di simile, attaccando l’autorità del Papa. Negli anni Settanta ricordo tanti preti favorevoli al divorzio e poi le campagne contro il celibato ecclesiastico. Anch’io avevo dei dubbi ma adesso ho capito: i seminari sono vuoti non perché i preti non si possono sposare ma perché non possono guadagnare, quella che un tempo era una promozione sociale è diventata una diminuzione sociale, una scelta di povertà e di sacrificio. Oggi fare il parroco in certi quartieri periferici di Milano, di Roma o anche di Pavia è un atto di eroismo».
A messa dove vai?
«La domenica sono quasi sempre a Pavia e vado in Duomo o al Carmine o a San Giovanni Domnarum. Se invece rimango a Roma vado alla chiesa di Gesù e Maria dove la messa è in latino oppure a San Carlo al Corso dove c’è il rito ambrosiano».
Se il confessore ti chiedesse un bilancio della tua direzione al Tg5 dal punto di vista cristiano, che cosa gli diresti?
«Che al Tg5 ho difeso i nostri valori e ne sono contento, che ho creato una redazione vaticana che prima non c’era e ne sono contento, che ho appoggiato il cardinale Ruini e ne sono contento. Ed è rimasto contento anche lui, visto che a Pasqua è venuto a benedire la redazione».
Camillo Langone