«Remava contro e voleva posti»

Federico Marchi

Additato come il peggior nemico del suo partito, uno che «lavora per perdere» e che «per invidia fa fuori chi gli fa ombra anche se porta voti», ieri il ministro Claudio Scajola ha liquidato gli attacchi di Sandro Biasotti con poche, taglienti parole: «Ognuno ha il suo stile e Biasotti si è espresso con il suo. Quello che ha detto è ingeneroso. Non vedo perché dovesse essere candidato nelle liste di Forza Italia: non ha mai voluto la tessera e in un recente passato si è anche mosso contro Forza Italia. La nostra lista è più che qualificata, la partita è chiusa». Il resto del partito, ieri ha fatto quadrato intorno a Scajola. «Dichiarazioni a caldo di un trombato» s’è infuriato, lui non a caldo, Luigi Morgillo il capogruppo in Regione di Forza Italia, uno che a Biasotti non le ha mai mandate a dire, figurarsi ora: «Le sue dichiarazioni si commentano da sole. Quanto alle offese sulla mediocrità di Scajola e dei lacchè di cui si contorna, Biasotti avrebbe fatto bene a esprimere questi giudizi prima che la candidatura da lui elemosinata gli venisse negata».
La pensano tutti uguale. Enrico Nan il coordinatore regionale, per esempio: «Sono stupito da queste dichiarazioni, visto che Biasotti ha chiesto una candidatura fino alla fine. Ha fatto affermazioni poco politiche e troppo personali». E il vicepresidente dei senatori azzurri Gabriele Boscetto: «Volere entrare dalla finestra, all’ultimo minuto, è stato un comportamento disdicevole. Prendersela con Scajola è reazione bizzosa e fanciullesca che dimostra come, in politica, egli abbia da imparare dal ministro». Morgillo è tanto furioso che al primo comunicato decide di farne seguire un secondo, accusando l’ex governatore di volere, in realtà, la guida del partito: «ha la “sindrome dello sconfitto”: è amareggiato non tanto l’amarezza per la sconfitta delle sue ambizioni a diventare senatore, quanto il suo desiderio di approdare in Forza Italia per diventarne il leader regionale». Di fatto: «Si faccia un esame di coscienza perché gli manca la dote più preziosa per fare poitica: l’umiltà. Con il rancore si commettono solo errori». Per esempio: «Dice che abbiamo perso le roccaforti? E chi lo dice che lui non ci abbia messo del suo, per farcele perdere?». È guerra. Dice la sua anche un alleato, Giorgio Bornacin il deputato di An: «E dire che per colpa di Biasotti, che alle regionali corse con il suo simbolo creando confusione nell’elettorato, noi abbiamo perso il secondo consigliere regionale, per spirito di coalizione, perché molti nostri elettori votarono sia noi sia lui, annullando la scheda». Persino uno mite e schivo come Roberto Cassinelli il commissario metropolitano di Genova decide di intervenire: «Affermare che Scajola voglia far perdere Forza Italia è palesemente in contrasto con la sua storia personale e politica. Il miglior risultato della storia di Forza Italia è stato proprio nel 2001 quando Berlusconi mise Scajola alla guida del partito» dice in coro con Beppe Costa il capogruppo in Comune. Cassinelli va oltre: «Non posso non rilevare che il percorso politico di Biasotti è stato certamente più indirizzato a dividere che a unire. Affermare che Forza Italia in Liguria non abbia esponenti genovesi vuol dire far finta di dimenticarsi che Alfredo Biondi è, a dispetto delle sue origini pisane, un genovese a tutto tondo».
E infatti a ruota segue anche Biondi, che Biasotti lo «inventò» alle regionali del 2000: «Capisco l’amarezza degli esclusi. Un po’ meno capisco qualche sfogo personale dal sapore lievemente denigratorio». Che poi, a proposito dell’assenza di genovesi dalle liste: «Speravo che Bisotti si fosse accorto di ciò che ho fatto nel corso della mia vita parlamentare e istituzionale per questa regione». Infine l’affondo, amaro: «Succede in politica, per i neofiti, che l’ardore prevalga sull’obiettività e anche sulla riconoscenza o almeno sul riconoscimento».