REMNICK Il novizio da un milione di lettori

L’incredibile carriera del direttore del «New Yorker»: in 9 anni ha portato la rivista più snob degli Usa, in gravissima crisi, al record di vendite

Lui non lo ammetterebbe mai, ma David Remnick è l’incarnazione post 11 settembre del sogno americano: uno che si è fatto da solo partendo da zero e per giunta nella società dell’informazione, la più infida e pericolosa di tutte. Dopo la criminalità organizzata, ovviamente. A conforto dei giovani aspiranti giornalisti sparsi per il mondo, chi più chi meno precario, si sappia che l’attuale direttore del New Yorker, quello che ha risanato le magnifiche sorti e progressive della rivista più snob degli Stati Uniti, ha cominciato così, nei primi anni Ottanta, come praticante al Washington Post. A ventun anni, senza parenti nell’editoria (padre dentista, madre insegnante d’arte), ma con la voglia di stare in un gionale fin da quando era a Princeton: intervistava poeti e scrittori che nessun altro degli studenti avrebbe mai nemmeno pensato di avvicinare, mise in piedi una rivista letteraria e già aveva in mente di riunire alcuni di quei ritratti in un libro.
Riesce a farsi assegnare un internato al gradino più basso della scala della cronaca: il «giro di nera». Attacca alle quattro del pomeriggio e chiude alle due del mattino, telefona a tutte le stazioni di polizia presenti nell’area di tre stati e ripete: «Risultano omicidi, incendi o incidenti?». Lo spostano allo sport, poi al costume e finalmente a quello che sarebbe stato il suo incarico vincente: è il 1987 e il Post ha bisogno di un secondo corrispondente per gli esteri, destinazione Mosca. Nessuno ci voleva andare, ricorda Remnick: «Oggi ci sono i nuovi ricchi e grandi magazzini e ogni sorta di merci. Allora faceva un freddo inaudito e se volevi una buona tazza di caffè caldo dovevi ordinarlo dalla Danimarca. Avevo ventotto anni e laggiù era eccitante, in continuo mutamento, con mille spunti etici. Per un reporter, il paradiso». Remnick atterrò un momento prima del collasso dell’Unione Sovietica e rimase là per quattro anni. Prima di ripartire fece anche in tempo a sposare Esther B. Fein, una giornalista del New York Times che scriveva anche lei dalla Russia.
Divenne una figura leggendaria. Chi lo conobbe allora racconta che a quei tempi metteva soggezione ai colleghi: «È stato il più grande reporter della sua generazione» - ha raccontato di recente al Guardian il suo collega Malcolm Gladwell -. «Al Post c’erano giorni in cui dalla prima partivano fino a tre suoi pezzi, cosa che non credo si sia mai più ripetuta nella storia del giornale. L’unico che poteva battere Remnick era Remnick». Con il primo incarico importante, puntò anche diritto all’obiettivo di ogni reporter e naturalmente riuscì: vinse il Pulitzer con il libro Lenin’s Tomb: The Last Days of the Soviet Empire, dove mostrò ai suoi lettori tutta la profondità del suo stile, che fondeva l’imparzialità del reporter con l’acutezza dell’editorialista fino ad ottenere «un resoconto ricco, informatissimo e vivido del crollo del Comunismo, visto con gli occhi di un testimone che, senza nascondere la sua avversione per il regime e i suoi apologeti, riusciva a mantenere alto il livello di oggettività professionale».
Il senso del dettaglio, una miscela inedita di fatti e compassione, come è stata più volte definita la scrittura di Remnick, si ritrova nella collezione di reportage su alcuni grandi della terra, in senso politico e culturale, appena uscita in Italia con il titolo Ritratti da vicino (Feltrinelli, pagg. 350, euro 18). Volume in cui ha raccolto pubblico e privato di personaggi come gli scrittori ebraici Philip Roth («Quando è in vena è un bravissimo imitatore, sa rifare le voci di tutti») e Amos Oz («Vivace, romantico, generoso, sentimentale e piacevolmente vanesio»), il leader palestinese Yasser Arafat («Soltanto la morte poteva allentare la sua presa»), il primo ministro uscente Tony Blair («Non ha mai smesso di concepire la politica come impegno morale) e il pugile Mike Tyson («Persuadeva i giornalisti della nobiltà della disciplina»).
E quella stessa miscela di umanità ne ha fatto il reporter che si è meritato, a soli quarant’anni e senza aver mai diretto nulla prima di allora, la successione a Tina Brown nella direzione del New Yorker, in un momento in cui la rivista stava per colare a picco soffocata dallo spirito «glam» che la sua direttrice aveva imposto. «Quando mi hanno offerto la poltrona, avrei voluto continuare a scrivere», ha confessato Remnick nel 1998 al momento dell’«investitura», «ma capii subito che questo non avrebbe fatto bene alla rivista. Quando scrivo di qualcosa voglio andare sul campo e intervistare tutti come un pazzo. Un direttore invece deve stare seduto, scrivere e correggere alla poltrona. Mi troverete là, da quasto momento in poi». Fino a quel momento Remnick aveva prodotto per la rivista un centinaio di pezzi in sei anni e Tina Brown lo considerava «un membro-chiave del mio dream team». Lei lasciò il comando un mercoledì e il lunedì successivo il posto di quinto direttore del New Yorker in 81 anni di storia venne offerto a lui. Seguì un’ovazione della redazione della durata di cinque minuti: «Mi diedero due giorni, anzi un giorno, anzi qualche secondo per decidere, in realtà. Ero un novizio assoluto».
In nove anni di direzione della testata, questo novizio - il cui motto è da sempre «Ci sono almeno trenta ore in un giorno, se sei così fortunato da muoverti insieme al fuso orario»: come avrebbe fatto a tornare a casa ogni sera a guardare la tv, che adora, con i suoi tre figli, altrimenti? - è stato in grado di compiere il miracolo. Recuperare le perdite inflitte al settimanale da Tina Brown (si favoleggia di spese per accaparrarsi le migliori firme di tendenza e promuovere il magazine intorno ai 20 milioni di dollari l’anno) e superare per la prima volta la cifra astronomica di un milione di lettori per una rivista di carta stampata nell’era di internet.
Una rivista che Remnick guida con una filosofia semplice e in assoluta controtendenza, che lo ha portato ad assumere posizioni scomode come quella a favore della guerra in Irak: «Non mi rompo mai la testa per sapere che cosa vorrebbero i lettori. Non faccio ricerche di mercato. Faccio quello che voglio e che io e un piccolo gruppo di redattori troviamo interessante». Mantenendo quello che ritiene il marchio di fabbrica del New Yorker, l’accuratezza della notizia, grazie a venti giovani ben stipendiati incaricati di verificare ogni informazione riportata dalle firme del giornale.
E questo anche se quello che Remnick e i suoi trovano interessante può rivelarsi un pezzo di diecimila parole sull’attuale situazione in Congo, su una biografia storica, su una raffinata mostra d’arte. No celebrità, poche foto, un format grafico molto rigido. Secondo Remnick, quello del New Yorker magari non sarà il primo articolo che i lettori divoreranno dopo una giornata di duro lavoro. Prima verranno le strisce a fumetti, i pettegolezzi, la tv. Ma la mattina dopo, sul treno che li porta in ufficio, gli cadrà lo sguardo proprio su quel pezzo, che parla del mondo e della bellezza con il coraggio dell’approfondimento. E sebbene sembri impensabile, inizieranno a leggerlo con passione.