Renato Palumbo dà colore ai Vespri in bianco e nero

Ottima direzione già nell’ouverture per l’opera di Verdi che ha inaugurato con successo la stagione del Teatro Carlo Felice

Verdi non ce ne voglia se diciamo che «Vespri Siciliani» non è certo il suo capolavoro: sarà il libretto monotono, sarà la foggia scomoda del «Grand Opera» - che pure poi il Don Carlo vestirà con classe - fatto è che ci troviamo davanti ad un drammone un po' storico un po' psicologico che si perde spesso in lungaggini retoriche e stucchevoli. E questo nonostante ci siano pagine musicali mirabili, che con sollievo ci riportano al «Cigno di Busseto». Fortuna che c'era Palumbo, venerdì sera: grande direzione, già lo si è capito dall'ouverture, energica e vitale, mai è caduta la tensione, con splendidi contrasti tra le parti più ritmiche e quelle cantabili, con una splendida frase dei violoncelli e con tutti i colori al posto giusto; e ottima anche nel supporto al canto, mai di troppo e mai manchevole, insomma, la classica botte di ferro. L'opera è poi di quelle che hanno bisogno di una regia dinamica, nel senso che i movimenti sul palco dovrebbero compensare le carenze drammaturgiche: e non, a parer nostro, con trasposizioni storiche un po' dubbie, che non donano nulla all'opera e che non hanno nemmeno particolari giustificazioni. Ma partiamo da quello che è stato il momento migliore, senza alcun dubbio l'ultimo atto, tra bianche vesti nuziali e neri cospiratori affaccendati; molto d'effetto la scena finale, anche se grande parte ha avuto proprio lo sparo, che, ripetiamo, c'è perché il tutto ha ambientazione moderna. Per il resto, non male l'idea del contrasto bianco/nero, delle scene e dei costumi, e del raggelante muro onnipresente, ma alla lunga il tutto è un tantino noioso e statico. Tolti i balletti della versione francese, non brillanti le coreografie delle altre danze, peccato, perché anche i momenti d'assieme per eccellenza, i cori, non sono certo un capolavoro, e qui parliamo di musica in partitura, non di esecuzione, che invece è stata molto apprezzabile. Ma passiamo ai personaggi, che hanno avuto tutti interpreti molto passionali: grande Procida, il basso Orlin Anastassov, un po' sullo stile del grande Boris Christoff: bellissima voce e ottima interpretazione, in assoluto il migliore del cast, ha cantato la sua aria del secondo atto con intensità e salda tecnica. Bravo anche Monforte (Franco Vassallo), un timbro pieno e convincente. Peccato per i due amanti - e qui parliamo solo dal punto di vista vocale - che non sono stati perfetti: lui, Francisco Casanova (Arrigo), sentita partecipazione che lo ha portato però, nella foga interpretativa, a non avere sempre una impeccabile intonazione; lei, Sondra Radvanosky (Elena), molto brava, voce piena e acuti buoni, ma non perfettamente a suo agio nelle agilità. Bel successo di pubblico, che è riuscito a godersi così la sospirata prima di stagione.