Rendite finanziarie stangata rinviata per non perdere Dini

Il premier a New York gela gli alleati: "Adeguare la tassazione all’Europa? Non ancora, non è una priorità". Sul senatore centrista: resterà con noi. "Il rimpasto? È un tormentone, non lo farò"

New York - I guai romani della sua maggioranza lo inseguono fin sulla Quarantaduesima Strada, ma Romano Prodi allarga le braccia: «La Finanziaria? È come l’aria, l’acqua, il cibo: se non me ne fossi occupato anche qui a New York sarei morto», ammette con i giornalisti che lo interrogano sull’incontro in territorio Onu con Lamberto Dini, la sua spina nel fianco destro.

Scherza sul suo destino, il premier: chiede «una moratoria sulla pena di morte per il mio governo», che «ogni 15 giorni» viene dato per spacciato. Assicura che «la mia posizione è che non cade. Poi magari gli incidenti possono capitare». E intanto lavora per sopravvivere. Ma non metterà mano alla «squadra di governo», come chiedono Di Pietro e i Ds di Fassino: «Il rimpasto è un tormentone, non ho alcuna intenzione di farlo e basta».

Ma a Roma la situazione è febbricitante, in attesa del mega-vertice di stasera, e il premier anticipa il suo intervento all’Onu per tornare prima. Gli alleati della sinistra sono infuriati per quel solenne giuramento incassato da Dini: niente aumento della tassazione delle rendite in questa Finanziaria. «Non è una priorità, non metto mano a questo aspetto in un periodo di turbolenza dei mercati». È vero che la questione, come gli ricorda la Cosa rossa, sta nel programma ed è evocata anche nel Dpef, ma c’è tempo: «Mi pare prematuro parlarne subito, è una norma che possiamo approvare in qualsiasi momento e non è affatto necessario che sia in questa Finanziaria». Un colpo al cerchio, uno alla botte: si incassa la soddisfazione della destra su questo punto, e intanto si assicura alla sinistra che più avanti si potrebbe fare, perché «ho sempre ritenuto positivo un adeguamento alle medie europee delle nostre aliquote». Su un altro tavolo, il governo sta trattando (via Treu) con Rifondazione alcune modifiche al protocollo sul welfare: abolizione dello staff leasing, ritocco dei contratti a termine.

In cambio dell’odierno rinvio sulle rendite, spiega Prodi, «Dini mi ha assicurato la sua assoluta appartenenza al centrosinistra, e non esclude di entrare nel Partito democratico». Ma il medesimo Dini, a passeggio per le strade di New York dopo il meeting col premier, è assai meno preciso. «Benissimo» sulle rendite, certo, ma nella Finanziaria c’è molto altro: «Bisogna vedere cosa ci sarà scritto. Noi ci riteniamo liberi di votare le modifiche che riterremo necessarie». E soprattutto, ci sono alcune questioni «fondamentali» per Dini: il protocollo sul welfare è «immutabile», avverte, non va cambiata neppure una virgola di quell’accordo perché «altrimenti votiamo contro». A rientrare nel Pd l’ex premier non ci pensa neppure: «Lì dentro ex Dc di sinistra ed ex Pci si sono spartiti tutti i posti, facendo fuori noi ma anche Rutelli e i prodiani. Lo stesso Romano non mi pare per nulla soddisfatto di come sta nascendo questo partito», confida. Non sta trattando col centrodestra, giura Dini: «Ho visto che si sono scritte molte sciocchezze in proposito». Ma è convinto che le fibrillazioni politiche «siano tutte interne al centrosinistra», che la situazione italiana sia «drammatica», come dimostra anche «l’inquietante fenomeno Beppe Grillo, che dovrebbe allarmare tutti». E lui vede solo una strada per uscirne: «Le principali forze democratiche dovrebbero mettersi tutte insieme in una grande unione e prendere le decisioni che servono all’Italia». Vede qualche possibilità che accada? «Nessuna». E dunque? Dini allarga le braccia: «I governi non sono eterni, si vedrà...».