Rendo onore al compagno Veltroni

Nessuno più di lui sembrava adatto alla mediazione. Ora se ne va non
perché è responsabile ma perché l’impresa era impossibile per chiunque.
Le scuse? Parole dignitose del leader di un partito inesistente

Leggo, con sorpresa, in apertura dell’articolo di Filippo Ceccarelli, «Il sogno infranto di Walter il buonista», in prima pagina di Repubblica: «Povero Veltroni: cosa ricorderà di questi ultimi dieci mesi crudeli?...ce n’è per tutti i gusti e di parecchi generi. Quasi romantico Sgarbi: “Il perduto Veltroni”». Non so quando e non so dove ho espresso questa formula romantica. Ma, certo, è da tempo che la penso. Su questo giornale ho addirittura esibito paradossalmente la mia candidatura alla segreteria di un partito che aveva perduto la guida ben prima dell’inevitabile abbandono di Walter.

L’insopportabile silenzio sulla vicenda di Del Turco, che ha condotto alla perdita dell’Abruzzo; l’ancor più incomprensibile inerzia rispetto all’arresto insensato del sindaco di Pescara D’Alfonso; l’abbandono della classe dirigente napoletana a partire da Gambale; l’abulia per il destino dell’amministrazione di Firenze sono soltanto alcuni casi che segnalano l’imbarazzo e l’inadeguatezza di Veltroni rispetto ai quadri dirigenti del Partito democratico in una ipnotica soggezione al giustizialismo di Di Pietro al quale Walter ha abbonato anche la «sacra famiglia». Da tempo, dunque, lo vedevo «perduto», sull’orlo del precipizio da cui oggi è caduto.

Era inevitabile, ma lo sarebbe stato forse per chiunque. E non per il contropiede di Di Pietro, e per la paura di contrastare la sua cattiva politica con la difesa di buoni amministratori del Partito democratico, ma per una questione più sostanziale. Essere, cioè, impossibile a chiunque la fusione fredda delle due anime del Pd. Nessuno più di lui sembrava adatto alla mediazione. Ma già subito, scimmiottando Berlusconi con Casini, chiedere la testa dei socialisti, infine escluderli per allearsi con Di Pietro, fu il peccato originale di un partito che, comunque vada, al Parlamento europeo non saprà se far confluire i suoi nello stesso gruppo Popolare del Popolo della libertà o nel gruppo Socialista al quale fa riferimento la tradizione dei Ds. O forse, per sottolineare l’anomalia, a un altro gruppo intermedio, da inventare.

Contrariamente a D’Alema, Veltroni non aveva mai fatto frutto del suggerimento di Cossiga: centro-sinistra, con il trattino. D’accordo, Walter era partito prima e senza predellino. Ma se la fusione di Forza Italia e An, pur tra le tante difficoltà, si avvia a compimento, non era necessario che, per non perdere il brevetto, Margherita e Ds dovessero trasformarsi in un insipido Partito democratico. Così, l’operazione è fallita e Walter è stato travolto.

Ora se ne va, non perché responsabile, ma perché a nessuno sarebbe riuscita l’impresa. Se ne va, e con molta eleganza si scusa. Ma sa che, oltre a Di Pietro (che è tanto), non deve rimproverarsi nulla. Chiunque avrebbe fallito: «Lascio, con assoluta serenità, ma senza sbattere la porta... Ho fallito, e la responsabilità è tutta mia». Belle parole di un uomo perduto alla guida di un partito inesistente, creato in laboratorio senza capacità di rappresentare una visione, una posizione, ovvero (come deve essere un partito) una parte. Lo ha detto bene il lucido Sergio Chiamparino: «Si dica ciò che il Pd pensa e qual è la linea sulle diverse questioni. Per semplificare: il Pd sta con Beppino Englaro o con quello che suggerisce la gerarchia ecclesiastica? Si sta con i cortei della Cgil oppure si va ai tavoli della Cisl? In Europa si va con il gruppo socialista o con chi?». Ecco: in queste parole c’è la incoerenza e la tragedia politica e personale che ha condotto Veltroni a dimettersi. Non è vero, come pensa Giuliano Ferrara che si tratti di un «omicidio politico», essendo l’omicida Massimo D’Alema. Né omicidio, né suicidio. Semplicemente Veltroni è vittima del crollo di un edificio di cui gli stessi occupanti non si sono ancora accorti. Sono sotto le rovine e pensano di potere trovare ancora un padrone di casa.

Chiunque fosse stato segretario del Pd sarebbe stato travolto, e lo sarà ancora chi verrà dopo Veltroni. Ma rispetto ad altre cadute e ad altri avvicendamenti, Veltroni è uscito di scena con dignità, fingendo di credere che sia possibile ad altri un progetto oggettivamente impossibile. Berlusconi avrà un partito unico oltre la sopravvivenza delle ideologie; Veltroni e chi lo seguirà hanno sulle spalle il carico di una insopprimibile ideologia, anzi di due visioni. Fino a quando cercheranno di convivere saranno destinate a scontrarsi, a lacerarsi. Quando torneranno a separarsi potranno utilmente assommarsi senza inseguire l’illusione di un bipolarismo forzato. Veltroni se ne va, nessuno, da solo, potrà sostituirlo. Onore al compagno (?) Veltroni.