RENOIR L’uomo prima della natura

Artisti, borghesi, modelle, belle signore sono al centro del mondo dell’artista

C’è sempre stato in Pierre-Auguste Renoir un aspetto in qualche modo contraddittorio rispetto alla visione più integralista dell’Impressionismo, del quale è stato uno dei “padri”. Renoir ha sempre nutrito un interesse preminente per l’uomo, l’uomo dei suoi tempi, non solo come soggetto attivo della rielaborazione artistica, ma come oggetto privilegiato della rappresentazione. L’Impressionismo, nella sua accezione più rigorosa, voleva essere una pittura di rappresentazione della natura, di plein air, di campagne, boschi, rive di fiumi; in questi paesaggi, l’uomo occupava un ruolo marginale, mai protagonista, sopraffatto romanticamente da ciò che lo circondava.
L’uomo era il pittore, ovvero il modo particolare in cui l’emozione della natura veniva avvertita e tradotta in pittura attraverso una tecnica corrispondente. Renoir sapeva bene queste cose; era stato lui, nel 1865, a dipingere en plein air nella foresta di Fontainebleau, con Claude Monet, Camille Pissarro, Alfred Sisley, con i quali avrebbe fondato il Salon des Réfusés. Era stato sempre lui ad appartarsi con Claude Monet prima alla Grénouillere, poi ad Argenteuil, per realizzare quelle che potrebbero essere considerate le prime opere dell’Impressionismo. Eppure Renoir non riusciva a concepire una pittura in cui la natura potesse fare a meno, anche della sola presenza fisica dell’uomo, come invece riuscivano a fare Claude Monet, Camille Pissarro, Alfred Sisley. Come lui anche Edouard Manet e Edgar Degas, ma in un modo certamente meno coinvolto nella genesi dell’Impressionismo di quanto potesse essere quello di Renoir.
Col passare del tempo, finita la necessità di una forte coesione stilistica fra gli Impressionisti, l’uomo finisce per diventare elemento sempre più dominante nelle opere di Renoir. Non è un uomo astratto, un prototipo universale, ma l’uomo nuovo della società borghese e della civiltà industriale, di una Parigi dinamica come nessun altro luogo al mondo, fiduciosa nel progresso e immersa nei piaceri della bella vita, con un nuovo costume, una nuova moralità. Ancora più degli uomini sono cambiate le donne che hanno acquisito una nuova sensualità, una nuova grazia, aperta, talvolta sfrontata e irresistibile come quella della natura. Renoir canta in sostanza una nuova razza, con i suoi slanci, con i suoi gusti, con la sua bellezza, anche con le sue contraddizioni (nei suoi dipinti appaiono anche derelitti, alcolizzati, emarginati), ma finalmente senza nostalgie per un passato mitico in cui gli uomini venivano identificati con gli dei, né con i desideri di ritorno alla purezza della gente primitiva che coinvolgevano altri suoi colleghi. In quegli anni, Renoir doveva essere sinceramente convinto di vivere nella migliore delle epoche possibili, nel migliore dei luoghi immaginabili.
Negli anni Ottanta, Renoir conosce però una profonda crisi. Lo scioglimento del gruppo Impressionista lo induce ad affrontare percorsi artistici sempre più personali, viaggiando in Algeria e in Italia, abbandonando la tecnica a tocchi, recuperando la lezione di Eugène Delacroix e il classicismo di Tiziano. La donna diventa il tema, per eccellenza, delle sue opere tarde, una venere matronale, pagana, spesso nuda, da sola personificazione della natura, del sesso, della joie de vivre. È l’estrema consolazione di un artista che aveva esaltato la modernità e che ora si rifugiava nella contemplazione di un mito eterno, fuori dal suo tempo.